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Morire di carcere
Intervista a Ristretti Orizzonti
(12:55)

Ogni anno muoiono in carcere circa 180 detenuti. Un terzo sono suicidi. Chi si toglie la vita è di solito un ragazzo alla prima detenzione. Nel 2009 la proiezione è di 70 suicidi, un record storico. Un tasso superiore di 21 volte a quello della popolazione italiana. Si potrebbe pensare che sia normale che ciò succeda, non solo qui, ma anche negli altri Paesi. Invece il Canada, per fare un esempio, ha un tasso quattro volte più basso di quello italiano e, per fare un altro esempio, il ministro della Giustizia polacco si è dovuto dimettere a causa di un suicidio. In galera chi non si suicida diventa un delinquente abituale, un pericolo per la società quando finirà di scontare la pena. L’affidamento ai servizi sociali è stato quasi eliminato dal governo. L’affidamento è una misura di rieducazione a tutela della sicurezza dei cittadini. I detenuti affidati ai servizi sociali, infatti, difficilmente compiono altri reati e ritornano in carcere: solo tre su dieci. Chi sconta la detenzione solo in carcere spesso continua a delinquere: ben sette su dieci. Il blog ha intervistato l’associazione: “Ristretti Orizzonti” che informa da anni sulla condizione delle carceri italiane.

Sommario:
Ristretti Orizzonti, una voce dal carcere
2009, un ecatombe silenziosa
Suicidio e altri tipi di fuga
Le misure alternative: la soluzione efficiente, economica e dimenticata

Ristretti Orizzonti, una voce dal carcere

“Sono Francesco Morelli, lavoro nel centro studi di Ristretti Orizzonti, una realtà nata circa 12 anni fa all’interno della Casa di reclusione di Padova che si è sviluppata nel corso degli anni anche all’esterno, abbiamo un progetto di informazione sostanzialmente sul carcere che è nato con una rivista cartacea, questo è l’ultimo numero, è una rivista sulla quale scrivono i detenuti e nasce per raccontare questa realtà dando così voce a un’esigenza che prima non era soddisfatta, perché quando abbiamo iniziato a lavorare noi, non esisteva una voce diretta delle persone che stavano in carcere che raccontasse il loro mondo.
Dal 2002 abbiamo iniziato anche a indagare quello che è l’aspetto più oscuro del carcere, il suicidio in carcere, la morte in carcere, i fenomeni di autolesionismo e quant’altro viene classificato dal Ministero come evento critico, comunque dal 2002 abbiamo iniziato ricavando dati: 1) dalle fonti giornalistiche, quindi agenzie di stampa, giornali, il web che ci ha aiutato molto; 2) le segnalazioni delle persone che invece hanno a che fare con i detenuti, quindi i loro parenti, i volontari, a volte anche gli operatori del carcere, da lì abbiamo iniziato a mettere insieme questo dossier sulle morti di carcere, il dossier si chiama: “Morire di carcere”. I dati del Ministero sono sempre un po’ più bassi dei nostri, non ti dico che il Ministero classifichi ogni anno 100 morti di detenuti e noi ne classifichiamo 300, noi ogni anno raccogliamo all’incirca 170/180 casi di cui all’incirca 1/3 sono suicidi, il Ministero ne classifica 20/30 in meno sul totale delle morti e giusto nel 2008 avevamo contato 48 suicidi, il Ministero ne ha contati 42, da cosa è data questa differenza? Che per noi i morti di carcere sono quelli che, per esempio, si impiccano mentre sono in cella, in carcere, vengono soccorsi in tempo, non sono ancora morti, sono in fin di vita, spesso, vengono caricati in autoambulanza, sull’autoambulanza muoiono prima di arrivare all’ospedale, oppure arrivano all’ospedale in coma, muoiono dopo alcuni giorni, per questi casi noi parliamo di morte di carcere e li mettiamo nei nostri dossier, per il Ministero se una persona esce dal muro di cinta del carcere ancora viva, quindi viene caricata in autoambulanza viva, per lui non è più morto in carcere, arriva in ospedale, viene ricoverato in coma, però è vivo, non è morto di carcere e quindi non rientra nelle statistiche del Ministero.”

2009, un ecatombe silenziosa

Francesco Morelli: “Quest’anno sta succedendo un’ecatombe, quest’anno noi abbiamo già contato 50 suicidi, a fronte dei 48 contati l’anno scorso, poi divenuti ufficiali 42 e la proiezione è di 70 suicidi in carcere quest’anno”.
Laura Baccaro: “Sono una psicologa specializzata in criminologia e collaboro con Ristretti da alcuni anni. Quest’anno è un’ecatombe effettivamente e questo fatto dalle nostre indagini, da quanto siamo riusciti a capire, dipende da un motivo importante, anzi forse due: il sovraffollamento che comunque non è secondo noi il fattore determinante, tanto quanto le politiche di sicurezza, perché vengono applicate. Cosa sta succedendo? Che le persone in carcere vivono la percezione della realtà esterna, filtrata dai mass media. L’opinione qual è? L’opinione è lasciamoli dentro, lasciamoli in qualsiasi modo per la sicurezza, non li vogliamo più fuori.”
Francesco Morelli: “Teniamo conto che la media delle persone che rientrano in carcere dopo una prima esperienza è del 70%, il livello di non accettazione della società è tale per cui quando uno esce non trova dove andare a abitare, non gli danno lavoro, non trova amicizia, non trova niente, se non nei circuiti criminali”.

Suicidio e altri tipi di fuga

Laura Baccaro: “Quindi anche questo clima, soprattutto questo clima di questo vissuto dai detenuti fa sì che sfuggo alla situazione, sfuggo, mi rendo libero in qualche modo e metto in atto delle strategie di protesta, delle strategie di evasione, qual è il suicido, d’altra parte gli eventi critici, come diceva prima Francesco, negli eventi critici c’è anche l’evasione e suicidio a piena regola ci sta in questo. Nel suicidio l’autolesionismo in carcere, parliamo di una media intorno ai 5 mila episodi all’anno di autolesionismo e di tentato suicidio intorno agli 800, la media degli ultimi 5 anni, non è legato al dipendente da patologie mentali o patologie psichiatriche, vero è che c’è un’altissima percentuale di disagio mentale che viene acuito dalle condizioni di vivibilità che la persona si trova a vivere in questo momento, se noi andiamo a vedere poi, proprio legandoci al fatto dell’invivibilità delle condizioni, dell’assenza di speranza, parlare di uomini con il futuro di dietro, noi andiamo a vedere il tasso di suicidio in carcere è di 21 volte superiore al tasso di suicidio della popolazione italiana. All’estero se è successo in Polonia, un detenuto si è suicidato, è successo a gennaio, il Ministro della giustizia ha dovuto dimettersi.”
Francesco Morelli: “Il direttore delle carceri del Canada, proprio ieri ha lanciato l’allarme per il suicidio nelle carceri, in due anni si sono uccisi 17 detenuti, in Canada sono andato a vedere, perché non era nell’articolo, ci sono 38 mila detenuti circa, quindi hanno un tasso che è 4 volte più basso rispetto a quello italiano e con ciò il Direttore delle carceri ha detto che la situazione dei suicidi è insostenibile, quindi per loro è inaccettabile avere un tasso di suicidi che è 4 volte più basso di quello italiano.”
Laura Baccaro: “Il suicidio è una risposta alla mancata percezione di sicurezza nella società esterna, come mai? Come facciamo a resistere malgrado tutto? Come fanno le persone a salvarsi la pelle in questa situazione e quindi noi avevamo individuato dei fattori più che di resistenza, che ci davano un’idea passiva, ma di residenza quindi dei fattori interni alla persona, in questi fattori di residenza rientrano sempre la progettualità, i legami sociali, per quanto riguarda la proiezione fuori, il mantenimento dei legami familiari, le possibilità di lavoro, ma per quanto riguarda dentro, in carcere, la possibilità di lavorare internamente, la speranza di accedere a misure alternative e poi, come si può dire in gergo, l’abilità, la capacità di fare la galera, di saper stare in galera.”

Le misure alternative: la soluzione efficiente, economica e dimenticata

Francesco Morelli: “Saper stare in carcere è fondamentale per evitare di suicidarsi, è fondamentale per evitare conflitti con gli altri detenuti e con l’istituzione, quindi per evitare di finire in isolamento, di prendere botte, per uscire il meglio possibile dal carcere. E’ un’abilità che alcune categorie di detenuti non hanno, non hanno perché in carcere non sono mai state, le persone arrestate la prima volta, le persone giovani, le persone che vengono da dei disagi particolari come i tossicodipendenti, come gli stranieri, arrivano in carcere impreparati, è logico che uno arrivi impreparato a un’esperienza del genere, se è la prima volta che lo arrestano, però questa mancanza di esperienza si rileva spesso fatale perché in effetti i suicidi sono molto più frequenti tra le persone alla prima detenzione e tra le persone giovani. La speranza nelle misure alternative si è andata affievolendo in maniera spaventosa, quella rappresentava, credo per molti anni, un valido deterrente, uno sa che se gli danno 10 anni, deve scontarseli tutti e 10, perché ormai fino a qualche anno fa e poniamo proprio come divisore l’indulto, l’indulto ha cambiato completamente la faccia del carcere, nel senso che dopo l’indulto nessuno è più uscito, prima dell’indulto c’erano all’incirca in maniera alternativa quindi in affidamento, in semilibertà lo stesso numero di persone che erano in carcere, oggi ci sono 64 mila persone in carcere e 9 mila persone in misura alternativa, i detenuti si uccidono di più anche per quello, perché il carcere di oggi è un carcere dove le condizioni sono di maggiore sofferenza e la speranza è venuta meno.
Quindi il carcere secondo me non funziona, funzionano meglio le misure alternative! Un condannato in misura alternativa, in affidamento ai servizi sociali, costa 5 euro al giorno allo Stato, un detenuto costa dai 150 ai 200 euro al giorno allo Stato. Con la misura alternativa la situazione si ribalta, non più il 70% che torna dentro, ma il 30%. Quindi solo il 30% di coloro che scontano la pena invece che in carcere, in affidamento, in semilibertà e quant’altro, tornerà a commettere un reato, il 70% di chi sconta la pena in carcere, tornerà a commettere un reato, questo è proprio il contrario della sicurezza!”