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Riporto una testimonianza dal libro “Morti Bianche” di Samanta Di Persio disponibile sul blog a prezzo libero.

“Sono Vanessa Sciancalepore, cugina di Michele Tasca. Il 3 marzo 2008 è avvenuta la tragedia alla Truck Center di Molfetta, specializzata in lavaggio di cisterne. Le cause del dramma che ha portato lo strazio nella mia famiglia ancora non sono certe. So solo che il primo operaio è sceso nella cisterna di proprietà delle Ferrovie dello Stato per effettuare la pulizia e nessuno l’ha visto risalire. La cisterna doveva essere bonificata perché avrebbe dovuto contenere zolfo. Successivamente sono andati giù contemporaneamente mio cugino e un suo collega. Sembrerebbe che mentre scendevano le scale sono svenuti perché la sostanza letale all’interno della cisterna era presente in quantitativi elevati. Potrebbe essere stato l’idrogeno solforato la causa del decesso. Di certo c’è che è volato via e Michele è morto da eroe, perché voleva salvare un altro operaio.
Tutti sono morti per cercare di salvarsi fra di loro; una catena di solidarietà che ha spezzato la vita a Michele e ad altri quattro uomini: Vincenzo Altomare, 60 anni, titolare della ditta Truck Center, Guglielmo Mangano, 44 anni, Biagio Sciancalepore, 24 anni e Luigi Farina, 37. Operai specializzati.
Quel martedì mia sorella tornò a casa verso le 18.00 e mi disse: “Vane, Michele ha avuto un incidente, è grave”. Quando sentii quelle parole sbiancai. Tremavo, non volevo crederci. La mia risposta fu: “Oh, mio Dio!” Sono scappata diretta verso l’ospedale. Volevo trovare mio cugino. Mentre lo cercavo, mi ripetevo che si sarebbe ripreso. Arrivata davanti alla sua stanza non mi hanno fatto entrare, sono riuscita solo a vedere mia madre e mia zia che piangevano.
Allora ho capito che la situazione era veramente critica. Quel giorno mia madre e mia zia erano insieme, stavano facendo le pulizie. Un amico di famiglia le ha avvisate dicendo che alla Truck Center era accaduta una tragedia, c’erano dei morti, ma le rassicurò dicendo che Michele non era fra quelli. Allora, loro hanno immediatamente chiamato il cellulare di mio cugino. Rispose un medico dicendo che il ragazzo era molto grave. Sono corse all’ospedale e sono riuscite a vederlo solo mentre veniva spostato da un ospedale all’altro. Michele verrà ricordato come l’ultimo operaio che si è spento. All’inizio i medici non ci avevano dato speranza, quando si accorsero che respirava ancora fu portato all’ospedale di Molfetta e poi trasferito al reparto di rianimazione di Monopoli. La mattina del 4 marzo, alle 5.30 il cuore di mio cugino ha smesso di battere, per le gravi lesioni riportate ai polmoni. Io l’ho saputo un’ora dopo.
Avevo pregato tutta la notte. Avevo tenuto tutta la notte la corona del rosario in mano, con la speranza che lui si svegliasse. Anche se in una stanzetta remota del mio cuore, dove non volevo entrare, sapevo che non sarebbe stato possibile. È stata la notte più lunga e dolorosa che abbia mai trascorso. Sarà difficile dimenticare.
È impossibile riuscire a trovare le parole per descrivere il dolore immenso che si prova. L’ultima volta che l’ho visto, era disteso sul lettino. I suoi occhi azzurri erano chiusi, sembrava addormentato, la testa era bendata. Solo un piccolo ciuffo di capelli si vedeva. Non potevo toccarlo, avevo voglia di abbracciarlo, di dirgli che gli volevo bene, pensavo che si sarebbe svegliato. Ma non è successo. Dopo qualche mese dalla sua scomparsa, non vederlo più mi fa terribilmente male, è una sofferenza enorme. La mancanza diventa un tormento. Guardare le sue foto non basta. A volte pensi di aver sentito la sua voce, di averlo visto per strada, ma non è così. La notte mi addormento con la speranza di svegliarmi e accorgermi di aver solo fatto un brutto incubo, oppure mi addormento sperando di sognarlo. Michele era un ragazzo speciale. Non lo dico solo perché era mio cugino, lo dico perché è veramente così. Aveva due grandi occhi azzurri espressivi. Era divertente, solare, educato, sincero, dolce, generoso, sensibile, riservato ed anche un grande lavoratore. Ha incominciato a lavorare da piccolissimo, prima come barista, poi come lavaggista di cisterne. Anche quando frequentava la scuola lavorava, il periodo estivo come stagionale negli hotel, alberghi: era un cuoco. Si divideva nei suoi lavori estivi e invernali per pagarsi la macchina. Amava la musica house, le automobili, la sua squadra del cuore era il Milan e naturalmente il Bari. Non aveva vizi, l’unico se così si può definire, era il fumo. Ma sono certa: aveva voglia di vivere.
Non lo ricordo mai triste, il suo sorriso lo caratterizzava, anche durante qualche rara discussione. Non alimentava mai liti, cercava di non far pesare mai niente. Aveva sempre la battuta pronta, era impossibile annoiarsi e non volergli bene. Con Michele avevo un legame fortissimo, andavamo molto d’accordo e spesso uscivamo insieme. Era premuroso, non mi lasciava mai sola. Ogni volta che tornava dai lavori stagionali aveva sempre un regalino per me. Io e Michele eravamo coetanei, eravamo inseparabili, alla nostra età a tutto pensi tranne che puoi morire. Quando la tua vita viene colpita da una tragedia, inevitabilmente si cambia. Mi sento intimorita. Mia zia è tornata a sorridere, ma solo in apparenza. C’è il proprio lavoro che distrae. Ma ogni tanto lo sguardo si fissa, i pensieri tornano lì. Mi interrogo su come possa essere accaduto.
Me la prendo con lo Stato italiano che non è severo abbastanza e così tutti fanno quello che vogliono perché non vengono puniti. Vorrei che lo Stato si desse da fare prima che accadono queste tragedie, non intervenire dopo quando ormai è troppo tardi. Ma ho constatato che non interviene neanche dopo. Ci hanno dato le stelle al merito, ci hanno promesso un’occupazione, ma dopo tre mesi ci hanno dimenticato. Fino a tre anni fa vivevo in Germania. Lì le cose sono diverse, non ho mai visto un operaio senza elmetto o altre misure di protezione. Le pene ed i controlli vengono effettuati con criteri diversi da quelli italiani.
Perché lavorando si deve morire? L’unica risposta che ho trovato per giustificare tanto dolore è che Dio e il papà di Michele, volato via 20 anni fa, l’hanno voluto al loro fianco. Forse mio cugino era troppo buono per poter vivere in un mondo di crudeltà, falsità e ingiustizie. Il tormento però continua: perché proprio lui? Ogni cosa che mi circonda mi fa pensare a lui, a volte di notte penso che la stella più luminosa sia proprio lui. È li che mi protegge.”
Samanta Di Persio dal libro “Morti Bianche“.


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del 17 agosto 2008