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“A quanto pare siamo ad un cessate il fuoco nella questione ucraina. Molto bene, ma questo non basta. La questione va definita, perché non possiamo tenerci questo barile di dinamite con miccia innescata nel pieno centro d’Europa. E dunque occorre passare dalla tregua alla trattativa per definire la situazione stabilmente. Vorrei riprendere il discorso per il quale, appurato che non ci sono ragioni di principio per un intervento militare Nato nella crisi ucraina, questo dipende piuttosto da calcoli di ordine politico che, per di più, sono molto probabilmente sbagliati. Quali sono questi calcoli?
Come dicevo in un pezzo precedente, Obama ha puntato le sue carte sull’isolamento della Russia e, soprattutto, sulla contrapposizione fra essa e l’Europa (soprattutto la Germania). E questo nel tentativo di puntellare la traballante egemonia americana.
L’errore di partenza è già in questa pretesa di mantenere il monopolio di potenza americano, cercando di giocare sulle divisioni altrui, senza prendere in considerazione un ordine mondiale basato su un equilibrio multipolare. Il calcolo è miope per una ragione: gli Usa non hanno più i mezzi economici per finanziare il loro Impero. Sono passati i tempi in cui gli Usa potevano permettersi il lusso di sostenere da soli più della metà della spesa mondiale in armamenti (ma su questo torneremo).
Ovviamente, giocando sulla combinazione fra residuo predominio militare, persistente predominio finanziario ed abile gioco diplomatico, possono procrastinare il tramonto dell’attuale egemonia americana, ma anche questo potrebbe avere un costo molto più alto del previsto e determinare tendenze ben peggiori sul lungo periodo.
In primo luogo, l’isolamento della Russia potrebbe non diventare affatto tale, ma sfociare in una alleanza di medio periodo fra Mosca e Pechino, premessa di un nuovo bipolarismo che scaricherebbe subito le sue tensioni su India e Germania, i due pivot della nuova competizione.
Ma, lasciando da parte le tendenze di lungo periodo, prendiamo in considerazione i possibili esiti di un braccio di ferro in Ucraina. Ovviamente, in primo piano ci sarebbe il rischio di una guerra nel cuore di Europa, per la prima volta dal 1945 (se facciamo eccezione per il circoscritto caso jugoslavo) il che è cosa da considerare con molta cautela e non perché la vita degli Europei sia “più preziosa” di quella degli altri, ma perché qui siamo in una cristalleria molto delicata: troppi paesi dotati di armi nucleari, continente troppo fittamente affollato, con centri di vita economica di interesse mondiale ma, soprattutto, continente facile a prender fuoco da un capo all’altro in poco tempo, se parte l’incendio. In fondo, ci sarà stato pure un motivo per cui –saggiamente- Usa e Urss, per quasi 40 anni hanno accuratamente evitato la più piccola scaramuccia in Europa, mentre se le davano di santa ragione in Asia ed Africa.
Poi c’è un’altra considerazione: tutti i conflitti generalizzati degli ultimi 150 anni, sono sempre stati preceduti da una o più “guerre d’assaggio”, nella quale provare le armi di ultima generazione, studiare le reazioni avversarie, esaminare il comportamento dei terzi, valutare tattiche e strategie. Accadde con le due guerre di indipendenza italiane e con la guerra franco-prussiana del 1870-71 prima della guerra balcanica che si conclude con la pace di Berlino (1876-78), con la guerra russo giapponese (1904) e la guerra italo turca (1911) che precedettero la Prima Guerra mondiale e con la guerra di Spagna (1936-39) e quella sino-giapponese (1937) alla vigilia della II Guerra Mondiale.
Uno dei rischi più seri, sarebbe proprio quello di fare una “guerra modellino” in cui preparare la successiva. Le “guerre d’assaggio” preparano quella importante successiva non solo per l’accumulo di informazioni che forniscono a quelli che “vogliono menar le mani”, ma anche perché preparano psicologicamente l’opinione pubblica dei vari paesi all’idea della guerra prossima ventura. In questi 70 anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale, l’impossibilità di una guerra anche limitata in Europa è stato un punto fermo della politica internazionale e, di conseguenza, questo metteva l’ipotesi di una guerra generalizzata in Europa nel campo del periodo ipotetico dell’irrealtà. Permetterne una di vasto raggio ora equivarrebbe a dire che, in fondo, anche un conflitto generalizzato in Europa (e, di conseguenza a livello mondiale) non è poi una cosa così fuori dal campo del possibile e del reale.
Mi pare che sia il caso di andarci molto cauti, anche perché la diplomazia europea oggi passa per le mani di persone come Tusk, per il quale ormai si rende indispensabile un Tso. E questo in una situazione in cui l’Europa in generale (e Germania ed Italia in primo luogo) riceverebbe un colpo brutale alla propria economia se si bloccasse l’import export con la Russia. Nel 2012, la Germania ha esportato merci in Russia per 38 miliardi di Euro, l’Italia per 10 e la Francia più o meno altrettanti. Ed in un un momento di crisi, è pensabile una caduta brusca del 10-12% dell’export?
Per non dire delle importazioni: nessuno ci ha ancora detto con cosa sostituiremo il gas russo nel prossimo inverno ed a che prezzi. Come dire che ci apprestiamo ad un capitombolo della bilancia commerciale (e, di riflesso, del Pil europeo) senza precedenti.
Alla Casa Bianca, poi, devono tener presente che a novembre ci sono le elezioni di middle term e i democratici devono combattere duro in una decina si stati se vogliono mantenere la maggioranza in Senato. Come è noto, la popolarità del Presidente non è allo zenith, ma il 66% degli americani, stando ai sondaggi, appoggia la sua linea di non intervento in Iraq perché non vuol sentir parlare di Medioriente. Cosa fa pensare ad Obama che gli americani brinderebbero a champagne per una guerra in Europa e con i Russi?
Infine, va da sé che se gli americani e gli europei si facessero coinvolgere in uno scontro in Ucraina e con un avversario di quella stazza, il Medioriente diventerebbe il pensiero postultimo e lì sarebbe mano libera per l’Isis, per l’Iran, per Israele, per i Sauditi, per i Siriani… Sai che allegria! A fronteggiare l’Isis resterebbero siriani, curdi e iraqueni, ma soprattutto iraniani. Gli americani, al massimo, potrebbero fare da copertura aerea della fanteria iraniana. Dopo di che, sconfitto l’Isis, è ovvio che il “Grande Iran” diventerebbe rapidamente una realtà, mentre si aprirebbe un altro capitolo più che delicato fra probabile nuovo stato curdo e Turchia.
Insomma, siamo proprio convinti che un intervento Nato in Ucraina sarebbe davvero un affare?!” Aldo Giannuli