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di Ivan Krastev – Ho paura che questo sarà uno di quegli argomenti di cui sarebbe stato meglio non parlare. Ora che sapete cosa aspettarvi, procediamo con la storia.

È un piovoso giorno di elezioni in un piccolo paese, può essere il mio paese, ma potrebbe anche essere il vostro. E per colpa della pioggia fino alle 4 del pomeriggio, nessuno è andato ai seggi. Ma poi ha smesso di piovere e la gente è andata a votare. Dopo lo scrutinio, tre quarti della gente aveva votato scheda bianca. Il governo e l’opposizione sono rimasti semplicemente paralizzati. Perché si sa cosa fare in caso di proteste. Si sa chi arrestare e con chi negoziare.

Ma cosa fare con le persone che votano scheda bianca? Allora il governo ha deciso di ripetere le elezioni. E la seconda volta ancora più gente, l’83% delle persone, votò scheda bianca. In sostanza andarono ai seggi a dire che non avevano nessuno per cui votare.

Questo è l’inizio di un bellissimo romanzo di Jose Saramago intitolato “Saggio sulla Lucidità”. Dal mio punto di vista, coglie molto bene una parte del problema della democrazia attuale in Europa. Da un lato nessuno mette in discussione che la democrazia sia la migliore forma di governo. La democrazia è l’unica opzione possibile. Dall’altra incomincia ad apparire ovvio che una gran parte della popolazione pensi che non vale la pena giocare.

Cosa fare? Negli ultimi 30 anni, gli studiosi di politica hanno osservato un declino costante dell’affluenza alle urne, e hanno visto che le persone meno interessate a votare sono quelle che hanno più da guadagnare dal voto: come i disoccupati, i meno privilegiati.

Ed è un problema importante. Perché adesso con la crisi economica, si è evidenziato un fatto. Il modello occidentale è stato messo in ginocchio dalla crisi, e ci si aspettava che la “democrazia” aiutasse il popolo, invece è servita a salvare gli istituti finanziari, la finanza, ecc. Insomma abbiamo visto che lo strumento del popolo non serve al popolo, ma ai nuovi aristocratici.

Così la fiducia nella politica, la fiducia nelle istituzioni democratiche, è stata davvero distrutta. Secondo l’ultima ricerca fatta dalla Commissione Europea, l’89% dei cittadini europei crede che ci sia un vuoto crescente tra le opinioni dei politici e l’opinione del pubblico. Solo il 18% degli italiani e il 15% dei greci credono che il loro voto conti. In sostanza le persone cominciano a capire che possono cambiare i governi, ma non possono cambiare la politica.

Quindi la domanda che voglio farvi è la seguente: Com’è possibile che viviamo in società che sono più libere di quanto non lo siano mai state prima, abbiamo più diritti, possiamo viaggiare più facilmente, abbiamo accesso a più informazioni e, allo stesso tempo, la fiducia nelle istituzioni democratiche sia crollata?

Qualcosa è andato bene e qualcosa è andato storto in questi ultimi 50 anni. É evidente.

La prima cosa che è andata bene, ovviamente, sono queste cinque rivoluzioni che, dal mio punto di vista, hanno cambiato molto il nostro modo di vivere e approfondito la nostra esperienza democratica. La prima è stata la rivoluzione culturale e sociale del 1968 e degli anni ’70, che ha messo l’individuo al centro della politica. Era il periodo dei diritti umani. Sostanzialmente fu una grande rivolta, una cultura di dissenso, una cultura basata sull’anti-conformismo, mai sperimentata prima.

Poi c’è stata la rivoluzione del mercato degli anni ’80; e benché molte persone di sinistra cerchino di odiarla, la verità è che è stata la rivoluzione del mercato a diffondere il messaggio: “Il governo non sa fare meglio.” Così ci sono società più guidate dalle scelte. Certo, c’è il 1989, la fine del Comunismo, la fine della Guerra Fredda. È stata la nascita del mondo globale. C’è Internet che ha cambiato il nostro modo di comunicare e il nostro modo di vedere la politica. L’idea stessa di comunità politica è totalmente cambiata. Citerò un’altra rivoluzione, ed è la rivoluzione delle neuroscienze, che hanno cambiato completamente la nostra comprensione del processo decisionale.

Questo è quello che è andato bene. Se vogliamo vedere cosa è andato storto, finiremo per elencare le stesse cinque rivoluzioni. Perché la rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 in un certo senso ha distrutto l’idea di uno scopo collettivo. É difficile coinvolgere le persone nella politica quando credono che quello che conta veramente è il successo personale.

C’è la rivoluzione di mercato degli anni ’80 e il pesante incremento delle ineguaglianze nelle società. Ricordatevi che, fino agli anni ’70, la diffusione della democrazia è sempre andata di pari passo con il declino delle disuguaglianze. Più le nostre società sono diventate democratiche, più sono diventate eque. Ora abbiamo la tendenza opposta. La diffusione della democrazia va di pari passo con l’aumento delle disuguaglianze. E lo trovo un dato molto preoccupante, quando parliamo di cosa è andato bene e di cosa è andato male nella democrazia moderna.

Se tornate al 1989, quando c’era ancora l’Unione Sovietica, i ricchi e i potenti avevano bisogno delle persone, perché ne avevano paura. Ora le élite sono state liberate. Sono molto libere. Non si possono tassare. E in sostanza non hanno paura delle persone. Il risultato è questa situazione molto strana in cui le élite sono al di fuori del controllo degli elettori. Non è un caso che gli elettori non abbiano più interesse a votare.

Quando parliamo di Internet, è vero che Internet ci connette tutti, ma sappiamo anche che Internet ha creato altre potenze. È l’altro lato delle cose che ci piacciono. Tutto ha un lato negativo.

Infine abbiamo le neuroscienze, e quello che i consulenti politici hanno imparato dai neuroscienziati, è che non devono più parlare di idee, o di programmi politici. Quello che conta è manipolare le emozioni delle persone. Ed è una pratica così diffusa che, anche se sentite parlare di rivoluzioni, sono rivoluzioni il cui nome non ha più nulla a che fare con le idee o le ideologie. Prima le rivoluzioni avevano nomi ideologici. Potevano essere comuniste, potevano essere liberali, potevano essere fasciste o islamiche. Ora le rivoluzioni vengono definite dal mezzo utilizzato. Ci sono le rivoluzioni Facebook, le rivoluzioni Twitter. Il contenuto non ha più importanza, il problema è il mezzo.

Lo dico perché se cerchiamo di capire come si possa fare per cambiare la situazione, se cerchiamo di capire cosa fare per la democrazia, dovremmo tenere a mente queste ambiguità.

Quindi voglio parlarvi di cosa abbiamo fino ad oggi messo in campo per cambiare la situazione: La trasparenza. Premetto che la trasparenza è un fatto positivo, sono del tutto favorevole. Voglio parlarvi però di cosa significa.

Questa spinta alla trasparenza, questa combinazione tra cittadinanza attiva, nuove tecnologie e legislazioni molto più trasparenti è data perché si crede che con le nuove tecnologie e la gente pronta ad utilizzarle, sia molto più difficile mentire per i governi, che per loro sia molto più difficile rubare. É vero. Ma questo è come dire: non ci fidiamo, sappiamo che ruberete e che mentirete se non facciamo questo. Quindi se il problema è la fiducia, così ammettiamo che la trasparenza è la gestione politica della sfiducia. Diamo per scontato che le nostre società saranno basate sulla sfiducia.

E in effetti, la sfiducia è sempre stata molto importante per la democrazia. Ecco perché ci sono controlli e bilanci. Tutti noi ci sentiamo perseguitati dalle istituzioni, ci tracciano, controllano ogni mossa, e pretendono troppo. Perché? Perché la situazione economica è pessima. Ma chi l’ha prodotta? Il popolo risponde che è stata la politica, ed è allora che nota che i sacrifici vengono fatti solo dal popolo e mai dalla nuova aristocrazia.

Penso che tutto sia buono e tutto sia cattivo, basta cambiare angolazione. Non dimenticate che svelando una cosa se ne nasconde un’altra. Non importa quanto trasparenti vogliano essere i governi: saranno trasparenti in maniera selettiva. Mostreranno quello che vogliono mostrare.

Vi faccio un esempio. Nel paese che non cito, hanno preso una decisione, questo è un caso vero, che tutte le decisioni del governo, le discussioni del consiglio dei ministri, vengano pubblicate su Internet 24 ore dopo la fine delle discussioni in consiglio. E il pubblico era assolutamente euforico. Così ho avuto la possibilità di parlare al primo ministro, sul perché di questa decisione. Ha detto: “Questo è il modo migliore di tenere chiusa la bocca dei miei ministri. Perché per loro sarà molto difficile dissentire sapendo che 24 ore dopo verrà tutto reso disponibile al pubblico, ed è una strada che porta diritto alla crisi politica.”

Quindi, quando parliamo di trasparenza, quando parliamo di apertura, credo veramente che dovremmo tenere a mente che quello che è andato bene è anche quello che è andato storto. Perché se veramente non siamo pronti a cambiare le cose, a fare una rivoluzione, a rischiare di commettere degli errori, allora non cambierà mai nulla.

Goethe, qualche secolo fa disse: “C’è molta ombra dove c’è molta luce.”