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Penso che ci siano alcuni atti nei confronti dei quali gli Stati devono reagire ma la questione non è prigione o non prigione, bensì il numero di carcerati, o di prigioni, o di denaro, e inoltre: quale tipo di persona mettiamo in prigione? Si tratta di un punto importante per tutti gli Stati Europei moderni ed è che la maggior parte dei carcerati vengono dalle fasce più basse della popolazione; sono poveri che hanno troppo di niente: sono persone prive di denaro, prive di scolarizzazione, prive di abitazione, e molto spesso sono soli, senza familiari, senza coniuge, senza figli. Sono quindi i più miserevoli a finire in prigione. Il problema principale, molto spesso, non consiste negli atti da loro commessi, ma piuttosto nel far sì che la loro condizione diventi migliore di quella in cui si trovavano prima che compissero gli atti che hanno portato alla loro condanna.

Il Passaparola di Nils Christie, sociologo e criminologo
Buongiorno, mi chiamo Nils Christie, sono un criminologo, ma ho studiato sociologia. Il mio primo studio è stato sui guardiani dei campi di concentramento; sono tanto vecchio da aver vissuto la seconda guerra mondiale e aver lavorato sui campi di concentramento, non solo in Germania ma anche in Norvegia, su guardiani norvegesi, alcuni dei quali furono condannati dopo la guerra per il loro terribile comportamento verso i prigionieri, mentre la maggior parte si comportò in maniera accettabile.
Questo mio piccolo studio, tanti anni fa, fu anche il primo che feci nel campo della criminologia; quello che cercavo di scoprire era se ci fosse grande differenza fra i due gruppi nella stessa situazione, fra coloro che uccidevano e quelli che non lo facevano. Entrambi erano sotto il comando tedesco, a quel punto, e i prigionieri erano persone miserevoli, affamate, provenienti dalla Jugoslavia e quello che ho scoperto era una differenza che ha lasciato un segno indelebile nella mia vita: la differenza fondamentale stava nella capacità di vedere i prigionieri come esseri umani, di essere tanto vicini da vedere che quelle persone così miserevoli, affamate, sporche, in grado di scaricare un amico per poter afferrare un pezzo di pane, erano proprio come saremmo stati noi nella medesima situazione.
Penso che ci siano alcuni atti nei confronti dei quali gli stati devono reagire ma la questione non è prigione o non prigione, bensì il numero di carcerati, o di prigioni, o di denaro, e inoltre: quale tipo di persona mettiamo in prigione? Si tratta di un punto importante per tutti gli Stati Europei moderni ed è che la maggior parte dei carcerati vengono dalle fasce più basse della popolazione; sono poveri che hanno troppo di niente: sono persone prive di denaro, prive di scolarizzazione, prive di abitazione, e molto spesso sono soli, senza familiari, senza coniuge, senza figli; sono quindi i più miserevoli a finire in prigione. Il problema principale, molto spesso, non consiste negli atti da loro commessi, ma piuttosto nel far sì che la loro condizione diventi migliore di quella in cui si trovavano prima che compissero gli atti che hanno portato alla loro condanna.
Penso sia molto importante rendersi conto che la prigione, il più delle volte, è dannosa per gli individui; esiste per far soffrire le persone, che effettivamente soffrono, La cosa importante nella politica carceraria di un qualsiasi paese civile sarebbe cercare misure alternative al carcere e molto spesso questo significa accompagnarli verso uno standard di vita accettabile: provare a cercare un’abitazione, cercare alternative nei periodi di disoccupazione. Poi ci sono alcune persone per cui c’è bisogno dell’autorità statale; abbiamo avuto un caso così in Norvegia, le atrocità del 22 Luglio di qualche anno fa, dove il colpevole fece esplodere il principale edificio governativo e uccise senza pietà, uno dopo l’altro, dei giovani socialisti in un campo estivo. Sarebbe stato impensabile non reagire contro una persona del genere, e la reazione c’è stata.
Esiste un’alternativa, che io ritengo molto promettente: abbiamo molti casi in Norvegia, in cui qualcuno provoca un danno ad altri, sempre più casi che proviamo a portare in quelli che noi chiamiamo ‘Conflict solving boards’ – in Europa la chiamano ‘giustizia riparativa’, un termine che non mi piace per vari motivi -; si tratta di un posto dove le persone possono incontrarsi, quelli che hanno commesso atti inaccettabili e quelli che si considerano, spesso a ragione, le vittime: possono discutere e provare a ristabilire una relazione. In fondo è quello che abbiamo sempre fatto, prima che nascessero gli stati forti; nei villaggi c’era la possibilità di incontrarsi, di discutere: in questo ambito, il colpevole ha la possibilità di vedere la vittima soffrire e la vittima ha l’opportunità di vedere il colpevole nella sua condizione, spesso miserevole; e vedere che dietro la facciata di uomo forte e terribile si nasconde, forse, un comunissimo essere umano.
Riguardo l’indulto, penso si tratti di una soluzione che presenta diversi problemi; in una democrazia in cui possiamo essere certi che lo Stato sia molto affidabile, in cui possiamo fidarci dei politici, va bene, ma se ci sono dubbi che si aprano ampi varchi alla corruzione e a comportamenti scorretti, non mi piace molto. Penso che dobbiamo fidarci dei giudici e dell’apparato legale e non avere una sorta di possibilità, una porta aperta, una porta sul retro, attraverso cui persone in una determinata situazione possano scappare. Costituisce un grosso pericolo per la fiducia nella giustizia del sistema se qualcuno gode di un simile, particolare vantaggio. Ma più importante di quell’aspetto, del tutto politico, è l’esigenza di non mandare troppa gente in carcere. Ma non siete messi così male in Italia, non esagerate: la vostra popolazione carceraria è ben dentro i limiti europei, c’è questo grande database in Inghilterra che fornisce tutti i numeri relativi alle carceri, mi dice che voi avete una popolazione di 106 su 100.000, noi ne abbiamo 73 in Norvegia, ma gli Stati Uniti, come probabilmente sapete, hanno 716 carcerati in questo momento. Dunque questo ideale di democrazia è quella che incarcera di più, la più dura che conosciamo fra le nostre società industriali moderne.
Questo la dice lunga su come l’incremento della popolazione carceraria sia il frutto di un determinato sistema politico. Il sistema in vigore negli Stati Uniti ha tanti elementi che contribuiscono a creare differenze tra la popolazione ricca e quella povera; uno degli elementi caratteristici del loro sistema carcerario è la enorme presenza di carcerati di colore. inoltre, è in vigore un sistema di sentenze fisse, difficili da aggirare, si chiama ‘tabella delle sentenze’, con livelli di pena, che loro ritengono appropriati, altissimi. Ma una cosa è pensare in astratto alla pena che uno merita, un’altra è vedere con i propri occhi il colpevole nella sua miseria,
Posso immaginare me stesso: se avessi commesso un atto deplorevole, e qualcuno venisse a prelevarmi, nel cuore della notte, per portarmi in una stazione di polizia, e mi si prospettasse un futuro di giorni, mesi, forse anni, da trascorrere dentro una piccola stanza chiamata cella; e subissi l’umiliazione di essere prigioniero – pensate che sarei interessato ad una prospettiva di vita futura? E’ del tutto naturale che la gente ceda alla disperazione; ed è ovvio che dobbiamo provare a contrastare questo fenomeno, rendendo le prigioni migliori, il piu umane possibile, in un perpetuo tentativo di liberare, di rendere il regime carcerario il più possibile simile a quello ordinario, delle persone ordinarie.
Ma voi avete, nel vostro sistema, un problema specifico, con una forte presenza del crimine organizzato, e sono consapevole della necessità di impedire che esso prenda controllo del carcere.
Quando parliamo di punizione abbiamo di fronte alcune grandi questioni morali e provenendo dalla stessa cultura europea, è molto facile ricordare a noi stessi e agli altri che dobbiamo essere il più possibile benevoli e anche che dobbiamo cercare di ridurre la sofferenza nella nostra società; e dobbiamo renderci conto che esiste un sacco di sofferenza che magari non è necessaria. Bisogna riflettere su come affrontare la devianza in un modo che tenga conto dei nostri più profondi valori morali. Grazie per avermi ascoltato e buona fortuna per questo paese, che amo molto. Ciao