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Sicari a cinque euro
(07:00)

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Il Passaparola di Alessandro Di Battista, reporter, autore di Sicari a cinque euro

“Ciao a tutti gli amici del blog di Beppe Grillo, sono Alessandro Di Battista, ho scritto “Sicari a cinque euro“, cinque euro… 50 quetzales in Guatemala ho scoperto essere il prezzo più basso per ingaggiare un sicario, anche se spesso dei bambini, soprattutto nei tre Paesi del triangolo nord del Centro America: Guatemala, Honduras e Salvador, per entrare in queste bande sono disposti a uccidere gratuitamente o per un piatto di pasta. Lo fanno sì perché hanno fame, sicuramente la povertà è una molla che li spinge a premere il grilletto, ma non è l’unica, secondo me è fuorviante ragionare solamente in base alla povertà. Un anno e mezzo fa mi trovavo in un quartiere di Panama City che si chiama Chorrillo e sono arrivato quasi per caso a conoscere un gruppo di ex assassini che poi erano riusciti a cambiare vita e mi hanno raccontato le loro storie, i loro anni passati in alcune bande criminali, che si chiamano a Panama: Maras, Pandillas, il loro passato, come erano arrivati a uccidere davvero per poco e ho pensato che sarebbe stato importante approfondire la questione, e dopo qualche mese sono partito alla ricerca dell’origine del sicariato. Ho viaggiato diversi mesi in Guatemala, Ecuador, Panama, Colombia, a cercare le origini del sicariato, il perché si uccide per così poco.
Dietro al sicariato “low cost” c’è la disgregazione del ceppo famigliare, l’abbandono delle campagne, la privatizzazione degli Stati, il libero mercato fuori controllo, in Latino America arrivano derrate di mais transgenico di multinazionali americane, soprattutto la Monsanto, che abbassano radicalmente i prezzi del mais. I contadini sono costretti a vendere la loro terra, a arrivare nelle città e si portano i figli che non hanno né arte né parte e arrivano purtroppo a uccidere per molto poco.
Non è soltanto la povertà, ma anche l’indigenza più terribile a spingere dei giovani a entrare nelle bande e premere il grilletto, c’è l’assenza di un lavoro, di un futuro, l’abbandono scolastico. Per contrastare questo fenomeno non basta il pugno duro, le politiche repressive, serve una risposta integrale, la riforma agraria, ridare la terra ai contadini, per permettere di avere un futuro per loro e i loro figli, serve educazione, un’informazione libera che non si occupi soltanto di terrorizzare la popolazione per controllarla meglio.
Prima di partire pensavo a grandi linee più o meno chi fossero i i buoni e chi i cattivi, chi le vittime e chi i carnefici, viaggiando mi sono reso conto che il confine era più labile, che sembra molto duro, molto difficile a dirsi, però è l’ambiente che ha creato fenomeni del genere.
Il viaggio di ricerca è iniziato in Guatemala, dove avevo lavorato un paio di anni occupandomi di cooperazione internazionale, e ho scelto di iniziare lì perché ho tuttora molti contatti, anche con gruppi di ex guerriglieri con cui ho lavorato, ho lavorato con i loro figli, seguendo progetti di volontariato, e gli ex guerriglieri sono stati un pozzo di informazioni. Durante il tentativo di rivoluzione avevano avuto diverse relazioni con gruppi di narcotrafficanti colombiani, messicani, guatemaltechi, sul territorio, per cui sono riuscito a entrare in contatto anche con gruppi criminali importanti, a fare indagini, nel modo anche più laico possibile, solo provando a capirci di più in questo fenomeno. Io pensavo che quanto meno si uccidesse per fame, che la povertà fosse una caratteristica preponderante dei killer a buon mercato, ma in realtà non è così, e alla fine dell’indagine quello che forse ho capito è che l’origine della violenza sta tutta nella disumanizzazione della società, quando si perde una caratteristica umana, ci si scorda di essere esseri umani è più facile poi impugnare un’arma e premere un grilletto per poco.
Il libro si apre con la storia di un capobanda di Medellin, il “Puma“, che porta con sé una serie di vizi che ho rintracciato in tante altre realtà. Racconto la sua storia, il perché è entrato in un “Combo“, in una banda criminale colombiana di Medellin. Che cosa l’ha spinto a percorrere questa strada, e il sentimento che ho provato è stato di forte compassione, nonostante lui davvero è stato un uomo che ha commesso reati terribili, ha violentato donne, ha ucciso persone, ha trafficato droga, armi, eppure mi sembrava un essere umano. Avevo conosciuto qualche giorno prima un sacerdote, sempre a Medellin, Juan Carlos Velazquez, davvero un sant’uomo, che mi disse che per capire il conflitto a Medellin , ma qualsiasi altro conflitto in Latino America dovevo umanizzare il conflitto, vedere anche gli assassini come esseri umani, e questa è stata davvero una grande dritta. Ho iniziato così a dimenticarmi chi avevo di fronte, per provare a conoscerlo e trattarlo come essere umano e ho compreso che umanizzare i conflitti è l’unico modo per comprenderli , oltretutto è un modo anche per capire le possibilità che abbiamo per porre dei rimedi, per trovare delle soluzioni.
Durante il mio viaggio oltre a ricercare le origini del sicariato, e le ho trovate in tantissime realtà, ho fatto esattamente questo, ho ricercato le possibili soluzioni per contrastare un fenomeno così terrificante e credo di averne trovate alcune. Paesi come la Colombia e il Guatemala, che sembrano molto distanti e così diversi dall’Italia hanno alcune cose comuni con il nostro Paese non soltanto al sud, ma in alcuni quartieri problematici, succedono cose simili a quelle che accadono a Città del Guatemala, probabilmente il prezzo per ingaggiare un assassino è più alto, ma le motivazioni che spingono a uccidere sono piuttosto simili e oserei dire che sono identiche. Bisogna evitare che anche in Italia si arrivi in futuro a scenari simili, così catastrofici come i latino americani, anche se io vedo una speranza, che c’è la possibilità di cambiare vita per questi ragazzi, ci sono movimenti in Latino America che lottano, che si organizzano per contrastare la criminalità, la diffusione del terrore. Anche in Italia dobbiamo iniziare a pensarci e, se volete, Passate parola.”