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di Giovanni De Palma – È notizia di questi giorni che il Governo giapponese ha autorizzato l’esibizione della vecchia bandiera imperiale, in uso tra gli anni ’30 e ’40 del ’900, ossia all’epoca delle campagne militari di espansione nipponiche in Asia e durante il secondo conflitto mondiale. Il vessillo tornerà a essere issato in pubblico a partire dalla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Tokyo, in programma per l’estate del 2020. Non solo, una volta concluse le Olimpiadi del prossimo anno, la bandiera “del Sol Nascente” diventerà obbligatoria in tutti gli uffici statali: scuole, ministeri e addirittura sedi diplomatiche nipponiche all’estero.

La bandiera viene ritenuta da Cina e Corea (paesi che hanno subìto per anni l’occupazione nipponica) come un simbolo del panasiatismo e del militarismo giapponese.
Il ministero degli Esteri di Seul, tramite un comunicato, ha appunto chiesto al Comitato Olimpico Internazionale di “revocare” l’assegnazione a Tokyo dell’organizzazione delle Olimpiadi del 2020, in quanto, oltre a essere già macchiate da scandali finanziari, saranno “disonorate” dalla presenza di una bandiera “inneggiante a spargimenti di sangue e all’oppressione dei popoli del mondo”. Lo stesso documento precisa quindi che le autorità coreane reagiranno alla mossa “revanscista” di Abe con un “boicottaggio” delle merci provenienti dall’arcipelago giapponese. Anche Pechino ha tuonato contro il via libera del Giappone all’ostensione del controverso vessillo. Il Ministero degli Esteri cinese ha infatti commentato la sortita nipponica paragonando le Olimpiadi di Tokyo del 2020 a quelle di Berlino del 1936, accomunate dal “profluvio di simboli celebrativi del fascismo”.

Il Primo Ministro Abe, dal canto suo, ha risposto alle accuse con queste parole: “Il Giappone è un Paese che non ha paura della sua storia e che guarda al futuro ridando vigore agli emblemi della sua antica grandezza”. Insomma, parole che sono destinate a far discutere. Ma perché il Governo giapponese ha preso questa decisione e soprattutto: è proprio vero che questa bandiera è nata con il militarismo giapponese?

La Bandiera del Sol Nascente (in giapponese, 旭日旗 Kyokujitsu-ki) nasce nel Periodo Edo (1603-1868), ma divenne la bandiera ufficiale dell’Impero giapponese solo durante la Restaurazione Meiji, nel 1870. Durante quegli anni, l’Imperatore riprese in mano di nuovo il potere temporale, dopo anni di governi di capi militari (Shōgun) che hanno governato il Paese dal 1192 al 1868, anno in cui si insediò l’imperatore Meiji. Durante questa “Restaurazione”, ci fu una dura lotta interna al Paese per decidere se aprirsi alla modernità occidentale oppure rimanere chiusi nello “spirito giapponese”. Dopo tanti scontri, fisici e non, interni al Paese (e per la verità dopo anche l’ultimatum della Marina statunitense che ordinò l’apertura dei porti giapponesi al commercio), si decise di aprire il Paese alla modernità. Questo però preservando lo “spirito giapponese”. Nacque così il celebre motto Wakon-yōsai (letteralmente, “spirito giapponese, tecnica occidentale”). Durante questa èra, il Giappone prendeva infatti il meglio di ogni Paese occidentale (l’arte dall’Italia, il diritto del lavoro dalla Germania, la tecnica industriale dall’Inghilterra e così via), ne assimilava i contenuti e li “inseriva” nel loro tessuto sociale, politico e culturale, senza mai dimenticare però di rendere questa conoscenza “giapponese”.

È proprio in questi anni che si decide di istituire la Bandiera del Sol Nascente come bandiera nazionale. Tuttavia, in quegli anni il Giappone non era ancora il Paese militarista degli anni ’30 e ’40 del Novecento. Anzi, durante il successivo periodo Taishō (1912-1926) si iniziò a sviluppare una forma di democrazia anche molto avanzata per l’epoca e la bandiera di cui stiamo parlando rimase comunque bandiera ufficiale del Giappone. Dunque il vessillo del Sol Nascente non nacque con la deriva nazionalista e militarista degli anni ’30.

Nonostante ciò, Abe sa bene che i suoi vicini asiatici tengono alla questione e considerano questa bandiera come un’offesa gravissima ai loro popoli e alla loro storia. Allora perché il Primo Ministro decide di fare un tale affronto in un momento in cui la Sicurezza dell’area è già minacciata da altre questioni (vedi questione taiwanese, vedi questione nordcoreana, vedi questione delle isole Senkaku)?

La risposta è, a mio avviso, da ricercarsi nella politica interna giapponese: chiunque si trovi in una grande città giapponese di domenica mattina non può non notare dei furgoncini tutti neri con delle scritte bianche, delle vistosissime bandiere (del Sol Nascente, per l’appunto) e con altoparlanti che sfondano i timpani quando passano. Si tratta dei cosiddetti Uyoku dantai (“gruppi di destra”). Questi gruppi organizzati di persone sono gruppi estremisti, nazionalisti, ultraconservatori e nostalgici militaristi. La loro presenza non è solo folkloristica e non si trova solo nelle strade, ma permea tutto il semiarco parlamentare destrorso. In più fino al novembre 2018 esisteva in Parlamento un vero e proprio partito di estrema destra chiamato Nippon no kokoro che è ora confluito, guarda caso, proprio nel partito Liberaldemocratico del Primo Ministro. Abe, evidentemente, sta facendo loro sempre più concessioni (perlopiù simboliche, a dir la verità) per ottenere il loro consenso e rafforzare ancor di più la propria leadership, già incontrastata a causa della debolezza e della disorganizzazione del centrosinistra nipponico.

Come sempre, per comprendere al meglio gesti politici, simbolici o meno, di un Paese bisogna innanzitutto partire dalla loro storia, per poi comprenderne le ragioni di politica interna ed estera.

 

L’AUTORE

Giovanni De Palma, laureato in Lingue, lettere e culture comparate (inglese e giapponese); e in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa con focus sul Giappone (con tesi sulla strategia di sicurezza nazionale del Giappone di Abe); Master SIOI in Studi Diplomatici e Politici. Iamatologo e Orientalista. Si occupa di comunicazione social e political advisoring. www.facebook.com/giovannidepalma