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“Da tre mesi i giovani profughi africani fuggiti dalla Libia per evitare le carceri-lager di Al Braq e Misratah, destinate ai migranti in attesa di deportazione, sono nelle mani dei trafficanti. Prima del viaggio verso Israele ognuno di loro è riuscito a procurarsi 2000 dollari, grazie ai parenti in Europa o in patria: somma chiesta dai passatori beduini della tribù Rashaida per il lungo viaggio della speranza. Durante i primi giorni in Egitto, hanno dormito in grandi tende, che i beduini montavano nel deserto. A un certo punto i Rashaida li consegnavano ai trafficanti della famiglia Sawarqa, da quel momento la speranza dei 250 profughi eritrei, etiopi, somali e sudanesi si trasformava in un incubo. Venivano condotti nel quartiere meridionale di Rafah, nel nord del Sinai, all’interno di una green-house recintata. Il beduino palestinese Abu Khaled, noto guerrigliero di Hamas e schiavista, l’etiope rinnegato Fatawi Mahari e 20 predoni-guerriglieri erano adesso i loro carcerieri. Incatenati alle caviglie e chiusi in gruppi all’interno di container metallici interrati, ricevevano una pagnotta al giorno, acqua sporca e raramente mezza scatola di sardine. I trafficanti lasciavano loro i telefonini, perché potessero comunicare con i parenti e chiedere denaro. A ognuno venivano chiesti altri 8000 dollari. Nel primo periodo di detenzione a Rafah, tre ragazzi africani erano freddati a colpi di pistola. Pochi giorni e altri tre venivano massacrati a bastonate. Due diaconi ortodossi facevano la stessa fine. Altri erano ridotti in fin di vita. Abu Khaled spiegava le modalità del pagamento del riscatto: i parenti dovevano versare a più riprese quote di 300 o 500 dollari, avvalendosi dell’agenzia di money transfer Western Union: una forma di pagamento difficilmente rintracciabile, perché una volta versato, sempre a beneficiari diversi, il denaro poteva essere incassato in qualsiasi città all’interno dell’Egitto. Gli aguzzini torturavano i prigionieri con ferri roventi, batterie e cavi elettrici, coltelli e frammenti acuminati di vetro. Le ragazze subivano violentissimi stupri di gruppo a un ritmo quotidiano. Chi completava il pagamento del riscatto veniva condotto, senza il cellulare a disposizione, in una località del Nord del Sinai. Svincolati dal ricatto, i profughi venivano liberati presso la frontiera israeliana in gruppi di 15/20. Dopo la campagna internazionale e le pressioni sull’Egitto affinché i ragazzi africani fossero liberati, i trafficanti hanno affrettato i tempi. Molti profughi africani sono stati arrestati al confine dalla polizia egiziana e trasferiti nelle carceri militari, accusati di immigrazione illegale e destinati al rimpatrio coatto. Altri hanno raggiunto Israele, dove sono stati condotti in un centro di accoglienza e affidati alle cure dei Medici per i Diritti Umani di Jaffa. Oggi restano a Rafah, nel frutteto di Abu Khaled, da 40 a 50 africani, fra cui sei donne. Dopo la denuncia di EveryOne, sottoscritta da una rete di Ong e presentata alle autorità ufficiali dell’Egitto e al Parlamento europeo, la delegazione UE al Cairo ha esercitato pressione diplomatica sul governo per un intervento delle forze di sicurezza a Rafah e lungo le zone di confine. Per l’ennesima volta, anziché attuare un’irruzione nel campo di detenzione gestito dai predoni, le autorità hanno chiesto, invano, la mediazione dei capi delle 12 tribù beduine del nord del Sinai. Contemporaneamente, hanno aumentato l’attività delle pattuglie di frontiera. Ieri, venerdì 14 gennaio, la polizia ha intercettato un gruppo di trafficanti nell’area di Rafah. I criminali sono riusciti a fuggire, abbandonando 250 chili di cocaina e altre droghe pesanti… le forze dell’ordine, quando fermano i migranti africani, non cercano neppure di verificare chi abbia diritto a protezione internazionale, nonostante le raccomandazioni espresse dall’Alto Commissario Onu per i Rifugiati attraverso il portavoce Adrian Edwards, che ha invitato il governo egiziano ad effettuare ogni sforzo possibile per determinare chi abbia i requisiti del rifugiato e sia in cerca di protezione umanitaria… segue su EveryOne“. Roberto Malini