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Vissuto, Riflessioni e Strumenti di Pace da una Colombia in guerra.

Discorso sull’Educazione Inclusiva in tre Atti

Atto I: Premesse, Contesto, Glorie e Fine

di Giovanni Scarascia – Come dovrebbe essere la scuola del futuro? Cosa dovrebbero “apprendere” i nostri ragazzi oggi? Quali competenze sono necessarie per affrontare le sfide di domani? Come equilibriamo questi aspetti con la crescente diversificazione della società giovanile e con le svariate modalità e tempi di apprendimento che ogni Essere possiede? E soprattutto con la triste tendenza che la società ha di escludere e giudicare? Però più che altro, che cosa dobbiamo disconoscere e dimenticare noi “adulti” per riuscire a capirli e per farci capire da loro?

Normalmente inizio i miei interventi, che siano nelle classi, o in una conferenza, o in qualunque incontro con persone che si aspettano di ascoltare da me delle folgoranti risposte alle loro domande, con altre domande. Perchè io non “vendo” risposte, bensì spunti di riflessione, domande appunto, cercando di costruire poi l’apprendimento, quindi le risposte, con chi partecipa all’incontro. Non vendo sicurezze, vendo dubbi, perchè solo chi dubita può riconoscere la sapienza.

Anche quando sembra che stia cercando di rispondere a dei quesiti, in realtà sto semplicemente avanzando una proposta di comprensione o di chiarificazione, mai di spiegazione, per lo meno non esaustiva, ben conscio che la reale comprensione passa dall’integrazione delle mille verità. E’ chiaro inoltre che qualsiasi essere umano ha la responsabilità di creare la sua verità.

Dal 2015 fino al 2017 ho avuto la fortuna di toccare con mano le necessità del sistema scolastico colombiano e di mille e più giovani tra i 13 e i 17 anni e, a volte, di fare qualche minima differenza nelle loro vite.

La “scuola” in tutto il mondo, credo, è il luogo della coesistenza del paradosso. Che io amo e venero. Il paradosso culturale e temporale: adulti che credono di avere in mano la verità, “formano” nuovi esseri umani con l’obiettivo di essere sostituiti. Insegnano una verità che il tempo dovrà cambiare, che i giovani dovranno necessariamente mettere in discussione. Per fortuna negli ultimi decenni quel “formano” sta progressivamente diventando “accompagnano nella formazione”, riconoscendo nel processo formativo, una soggettività importante dello studente, che non si definisce più “alunno” (dal latino “privo di luce”).

Purtroppo, in quel progressivo “diventando”, il sistema scolastico continua, generalmente, a funzionare con regole e strutture verticistiche. Da un lato si cerca di responsabilizzare, mentre dall’altro si continua a imporre decisioni e forme. Da psicologo dico che, generalmente, a livello di analisi clinica, 2 stimoli di segno opposto in un contesto educativo sono il germe di disturbi psichici molto gravi.

La scuola è anche l’eterno presente, dove tutti i cambiamenti generazionali sono in continua gestazione. Guardare le difficoltà e le necessità del sistema scolastico è come avere una sfera di cristallo. Quelle difficoltà e quelle necessità saranno quelle del futuro. E mentre cerchiamo di migliorare il futuro nel presente, lo guardiamo e lo trattiamo con occhiali antichi, che a volte non ci permettono di vedere nulla in quella sfera, se non comportamenti da correggere, condannare, estinguere, diventando così inutili ostacoli a un fluire che può essere solo ritardato di un millisecondo e nulla più.

Qui in Colombia, a Bello, alle porte di Medellin, ho partecipato per tre anni ad un programma che mi ha dato la possibilità di partecipare alla costruzione di una proposta metodologia che potesse far fronte a necessità di inclusione e permanenza nel sistema scolare di quei ragazzi che, per primi hanno sviluppato le conseguenze di un sistema culturale e sociale, quello colombiano, risorto dalle ceneri della guerra tra bande, che per più di 50 anni ha occupato la storia di questo fantastico pezzo di terra.

Questo mi ha anche permesso di riflettere su dei limiti evidenti del sistema stesso, completamente anacronista rispetto ai tempi in cui viviamo, e di tentare di proporre un cambio, o un’integrazione di alcune “competenze” che sembrano essere poco frequenti o poco sviluppate. Soprattutto quelle che si riferiscono alla comprensione empatica e alla comunicazione non violenta.

Lavorare con le persone che maggiormente presentano le ferite del tempo e della società ti dà la possibilità di capire quali siano queste ferite e chi le ha inflitte. Considerando che tutti hanno vissuto gli stessi tempi e la stessa società possiamo utilizzare l’esperienza dell’intervento sui “casi gravi”, per attuare la prevenzione con chi non presenta gli stessi “sintomi” o con chi li presenta in forma non evidente.

Il primo anno di questa mia permanenza, ho iniziato a lavorare in un progetto della Segreteria di Educazione del Municipio che si chiamava “La Escuela te Abraza”.

In poche parole, si cercava di portare la scuola là dove non arrivava o a chi non riusciva ad accedervi. Si attuavano, quindi, tre diverse forme di intervento: nelle zone estreme periferiche (che possono somigliare alle baraccopoli o alle favelas brasiliane o alle villas di Buenos Aires…) con adulti e anziani certificando le elementari, con bambini e adolescenti certificando elementari e “bachiller” (le nostre superiori più o meno), utilizzando modelli pedagogici flessibili già esistenti e che si riferiscono per lo più a popolazioni rurali.

Ho avuto la fortuna di conoscere tutti gli angoli di questa citta, dove si arriva solo a piedi, e con stivali di gomma, dove si possono respirare le situazioni più critiche, dove i valori non sono gli stessi e soprattutto non valgono uguale.

La terza forma di intervento era in alcune scuole pubbliche della città, dove si ricevevano, in aule “speciali”, dei ragazzi che nessuno riceveva, che la legge definisce “extraedad”. Praticamente questi ragazzi vengono respinti dai collegi perchè troppo grandi. Hanno MINIMO due anni in più del corso di studi a cui appartengono e molto spesso, dei curriculum pieni di annotazioni, espulsioni, aggressioni ecc ecc… Sono i disadattati, quelli che il sistema rigetta. Non per proprie colpe, ma per un contesto sociale, economico e familiare che non gli permette di crescere come gli altri. Non per questo sono “cattivi” o “pericolosi”. Però alcuni di loro, seguendo nella traiettoria sociale in cui si trovano, potrebbero concretamente diventarlo.

E’ molto difficile far capire alle strutture scolastiche gerarchizzate che questi ragazzi hanno bisogno di un tipo di accompagnamento differente.

Il mio lavoro si è andato man mano focalizzando su questi ragazzi delle scuole pubbliche. 180 circa il primo anno. Tutti tra i 13 e i 17 anni e al primo anno dopo le elementari, per intenderci.

Ci siamo resi conto fin da subito che i modelli pedagogici esistenti non erano per nulla coerenti alle necessità dei nostri studenti. La maggior parte di questi modelli sono costruiti e applicati in contesti rurali, dove le problematiche sono molto differenti.

Principalmente, e per sintetizzare al massimo, la differenza sta nella quantità di stimoli. Un ambiente rurale generalmente presenta una stimolazione medio-bassa, dei tempi differenti, delle dinamiche familiari differenti. L’intervento generalmente si focalizza sulla motivazione.

I ragazzi di “città” vivono in un ambiente iperstimolato, con relazioni disordinate, tempi rapidi e pericoli frequenti. Hanno una intelligenza acuta, solo che la utilizzano per fini poco positivi a volte. L’intervento generalmente si focalizza sull’auto-controllo e sulla selezione degli stimoli.

Quindi abbiamo iniziato a pensare ad un modo di lavorare con loro, più congruo con la loro condizione e il loro mondo, che li possa far recuperare quegli “auto” che hanno perso: autoconoscimento, autoefficacia, autostima, autocontrollo.

Abbiamo capito che la filosofia dell’affetto e della comprensione di Paulo Freire funziona, però mischiata con una sana Autorità che si differenzi nettamente dall’Autoritarismo, abbandonando il concetto di “Colpa” per ritrovare, finalmente la “Responsabilità”, faccia positiva della stessa medaglia, che però chiama alla condivisione, alla corresponsabilità. Nessuno sbaglia solo. Soprattutto gli adolescenti, che qui e ovunque, sono bombardati da valori vuoti, regole assurde, esempi schizzofrenici.

Come se non bastasse, il contesto urbano di questa zona è ancora fortemente influenzato dai fatti dei decenni precedenti. I miei ragazzi sono i “figli o i nipoti del narcotraffico”, tutti cugini, di primo, secondo o terzo grado di Pablo Escobar. Si dice che questa era la citta dei sicari. Pablo Escobar ha cambiato la cultura, la percezione, i valori, i concetti.

Alla fine del primo anno, di quei 180 studenti, circa 150 non abbandonarono la scuola, e circa 120 riuscirono a superare il ciclo. Questi risultati, sicuramente sorprendenti per le condizioni di partenza, furono ottenuti in un contesto di completa improvvisazione. Di navigazione al buio. Con molto entusiasmo e molta fantasia, però con poco personale (soltanto io e Alexandra Velez, Colombiana innamorata dell’educazione e dei suoi ragazzi).

Sono stato premiato dal municipio con il Premio alla Qualità Educativa 2015, insieme ad altre persone che parteciparono al programma.

Il secondo anno è stato il boom. Più di 600 iscritti. Abbiamo “occupato” un colleggio di 330 studenti, e gli altri 300 sparsi in 5 scuole differenti. Gia non facevamo parte del progetto “la Escuela te Abraza”, ma si constituí un programa indipendente. Cambiammo anche il nome: MEFES (Metodologia Flexible Extredad Secundaria). Ci assegnarono un equipe di lavoro di tre psicologi. Alexandra coordinava la parte pedagogica, io quella Psico – Affettiva.

Ho iniziato quindi a strutturare le mie idee e i miei studi sulla Risoluzione Pacifica dei Conflitti e ho creato un currículum differenziale e indipendente, “Allenamento Emozionale”, basato su abilità e competenze sociali; una serie di laboratorio e situazioni partecipative e interattive di gruppo dove si riflette su alcuni valori e si allenano alcuni comportamenti che portano ad avere una migliore relazione con se stessi e con gli altri, mettendo in marcia azioni adattive positive in situazioni di conflitto.

Al tempo stesso abbiamo iniziato a pensare a un Modello Pedagogico nuovo, “Urbano” e moderno, dove si rispettino veramente contesti culturali di riferimento e si cerchi di favorire la inclusione di intelligenze multiple e di sensibilità “diverse”. Una proposta che nasce all’interno di questo contesto di violenza generalizzata, dove la rabbia che questi giovani portano dentro (chissà chi gliel’ha messa…), li spinge a reazionare con autoesclusione o, agressioni, il piu delle volte.

Ci siamo resi conto che le nostre proposte funzionavano, che i ragazzi rispondevano sorpendentemente alle nostre sollecitazioni. Frequentemente si avevano più difficoltà nella relazione con gli educatori che con gli stessi studenti. Perchè, mentre alcuni riuscivano ad abbandonare vecchi schemi e si immergevano nella “sperimentazione”, altri facevano resistenza alla sostituzione del concetto di “punizione” con quello di “comprensione”. Non riuscivano a non generare un’autorità che non fosse basata sulla paura. Altri invece capirono che una vera Autorità parte del concetto di protezione.

Alla fine del 2° anno riuscimmo a mantenere e migliorare i risultati precedenti. Al tempo stesso buona parte delle due proposte parallele, quella generale e pedagogica, e quella Psico-Affettiva, erano arrivate a un discreto livello di strutturazione.

Però il programa subì una grave perdita: la mia compagna di sogni Alexandra decise di prendere un’altra strada. Lei principalmente aveva iniziato questo metodo, plasmandolo fin dall’inizio con la sua saggezza e il suo amore. Io mi ero unito a darle man forte nel primo anno già in corso, apprendendo molto da lei e mettendole al servizio la mia esperienza e la mia saggezza. Però per correttezza intellettuale e professionale, e detto con una metafora, è stata lei a partorire questa metodologia. Io ho fatto il buon papà.

La politica e le sue dinamiche stavano irrompendo nella gestione del progetto. E lei, che è nata e vissuta qui le conosceva bene. A differenza di me, che irrimediabilmente, mi sono fatto travolgere.

Il terzo anno mi sono ritrovato solo con tante altre persone che non avevano gli stessi obiettivi di prima, nè gli stessi obiettivi che avevo io. Persone che consideravano quello che stava succedendo come una opportunità politica per loro e i loro capi, e non una sociale per molti ragazzi e per molte famiglie. Snaturando di fatto l’intervento stesso.

Al principio sembrava che ci fosse più partecipazione da parte dei funzionari, però più tardi mi resi conto che questa partecipazione era strumentale al tentativo di capire come diavolo stessimo raggiungendo quei risultati. Era un interesse al Metodo, non ai ragazzi.

Ragazzi che continuavano a crescere in numero e che avevano bisogno di una struttura definita dove entrare in tutta sicurezza. Si fece infatti il miglior processo di selezione e preparazione, riuscendo a superare l’improvvisazione e a definire il cosa e il come, almeno nelle sue linee generali. Fino a terminare il primo semestre.

Dopo di che, bomba di fumo.

Purtroppo, come molte belle storie, questa non termina bene, almeno per me. Ma questa è un’altra storia.

Non starò qui a raccontare tutte le difficoltà e le problematiche incontrate nella relazione con i funzionari pubblici, perchè non è questo l’obiettivo. Solo voglio dire che soprattutto dalle esperienze negative si devono trarre importanti insegnamenti. Del resto è stata questa la base del mio discorso con i “miei” ragazzi. E’ il tempo della Resilienza. E ho imparato sulla mia pelle come funzionano le dinamiche politiche che corrompono la democrazia. Come funziona il controllo dei voti nel territorio. Come i fondi pubblici e i finanziamenti sui progetti in genere e sociali soprattutto, siano il principale strumento di scambio, creando, praticamente, una situazione assurda, dove chi mette i soldi (le tasse) per far funzionare le cose, poi si vede ricattato da chi gli tocca votare (perchè gli tocca!), pena l’esclusione dalla condivisione di quelle risorse raccolte in partenza. La cosa peggiore è poi che l’obiettivo di quei progetti che si finanziano per spendere quei soldi, non è il benessere sociale, ma lo spendere il meno possibile per trattenere la quantità maggiore di eccedente. Praticamente si ruba due volte. Da un lato si sottraggono potere e diritti ai cittadini, dall’altro le loro risorse, lasciandoli con le loro necessità.

La cosa più sconvolgente è pensare che l’Italia, funziona più o meno allo stesso modo. Magari con metodi più sofisticati, con la dovuta ipocrisia che ci contraddistingue, però le dinamiche sono le stesse, e soprattutto, lo sono anche i risultati: un progressivo impoverimento del tessuto sociale e culturale e un progressivo e continuo accentramento di poteri. E, tra l’altro è uno dei motivi per cui ho lasciato il mio Paese: per non dover ringraziare nessuno per il mio lavoro, solo le mie competenze e i miei sforzi.

Voglio salvare, quindi, quello che ho imparato da questa esperienza, perchè questo nessuno me lo può togliere: le proposte che secondo me potrebbero rappresentare un buon punto di partenza.

In questo scritto ho parlato principalmente del “cosa”, di ciò che ho vissuto in questi tre anni colombiani, di ciò che l’esperienza mi ha mostrato come possibile risposta alla domanda iniziale, lasciando spazio, nel 2° e nel 3° Atto al “come”, cioè agli strumenti messi in atto per affrontare i contesti e le problematiche incontrate; cioè le due proposte metodologiche nate da quest’esperienza, e che rappresentano i miei Strumenti di Pace. Queste conclusioni si potranno comprendere bene solo dopo aver conosciuto quelle due proposte. E lo spirito contenuto in esse.

Spirito che credo fermamente farebbe bene anche al mio paese, così diverso da questo, però ugualmente in grave stato di necessità.

Anche perchè la modernizzazione del sistema educativo e, più specificatamente, il problema della violenza e dell’esclusione è presente in molti Paesi. Anche nel mio. Naturalmente ci sono fattori e cause differenti in ogni cultura e in ogni luogo. Però la soluzione credo passi per lo stesso camino. E cioè l’Educazione alla Pace, intesa questa come risposta di inclusione delle differenze.

Terminando, quindi, si propone una semplice, iniziale risposta alla domanda del principio: “Quali competenze sono necessarie per le sfide di domani?”.

Quelle che ci permettano di smettere di fare la guerra, perchè di crisi e di lotte credo siamo stanchi in molti. Abbiamo bisogno di una nuova generazione che sappia stare insieme senza cannibalizzarsi l’uno con l’altro, senza sfruttare il piu debole e senza odiare il più forte. Abbiamo bisogno che le nuove generazioni imparino la tolleranza alla frustrazione, per non essere troppo arrabbiati con noi per il mondo che gli stiamo lasciando. Abbiamo bisogno che imparino ad apprendere dagli errori. Che imparino a parlare e non a gridare, ad ascoltarsi, anche empaticamente, a rispettare le differenze. A collaborare e non a competere.

In una metafora, per me, “perdere una goccia per ricevere un mare”. Dopo secoli e secoli di allenamento a vincere dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a saper “perdere”, a saper rinunciare, a concedere all’altro il diritto di esistere. Nel suo essere differente. Dobbiamo insegnare loro a non cercare sempre di avere ragione su tutto. Per provare a capire le ragioni dell’altro, per avere ragione un pò tutti. Dopo secoli di “personalizzazione” dobbiamo insegnare loro a “spersonalizzarsi”, a saper uscire dai propri schemi di pensiero, dalle proprie mappe mentali, per riuscire a comprendere meglio l’Altro.

E per rispettare il senso ciclico di tutte le cose, saluto, lasciando una domanda, che sorge spontanea dall’ultima considerazione, e alla quale, forse, abbiamo appena iniziato a rispondere:

“veniamo da secoli e secoli di studio sulla guerra, dal punto di vista tecnologico, politico, sociale, economico… abbiamo sviscerato e studiato e appreso la guerra come nessun altro tema. E pretendiamo riuscire a costruire la Pace? Quali sono gli studi sulla Pace? Che si studia per imparare a fare e far fare la pace? Perchè io ci sono arrivato dalla psicologia, altri ci arrivano dalla giurisprudenza, o dalla política o dalla filosofia.

Credo però che se la Pace inizia da dentro, dobbiamo parlare di emozioni ed empatia prima che di regole e leggi.”

Nel mio percorso professionale ed esistenziale, ho avuto, nel mio piccolo, la fortuna di porre quelle domande incomode che fanno singhozzare la risposta, che “accendono” luci su mondi prima oscuri, e avanzare delle proposte su come esplorarli con media sicurezza. Perchè chi vuole stare completamente sicuro, non si metta ad esplorare. Finirà per farsi male o, peggio ancora, partire armato e far male a qualcuno.

L’AUTORE

Giovanni Scarascia –  Salentino, Inquieto, Curioso, Vagamondo senza credo. Analista Critico. Cultore del Cambio e delle Differenze. Costruttore di Ponti. Guerriero della Pace. Dal suo piccolo paesino alla fine della terra, ha camminato tanto, tra la pianura padana e la romagna, affinando i suoi occhi. Espatriando poi in Catalunya, continuando al di là dell’Oceano verso Buenos Aires, arrivando infine a Medellin, aprendo sempre di più la sua sensibilità. Nel cammino ha raccolto qualche scartoffia e uno zaino pieno zeppo di cose manco fosse Mary Poppins. Psicologo Clinico-Dinamico dell’Università degli Studi di Padova. Esperto in Mediazione e Risoluzione Pacifica di Conflitti presso Università in Svizzera e Argentina. Sua nonna diceva di lui che “può nuotare nella merda e uscirne pulito.”