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Pensando alla morte viene la nostalgia. Bei tempi quando andavi all’altro mondo per i ca..i tuoi. L’unica cosa certa dell’unica cosa certa nella vita era che sarebbe accaduto ‘alla sua ora’.
Ma tutto si è evoluto, oltre al cellulare con la televisione e il c..o di tua nipote sopra, oltre ai SUV e alle Mercedes utilitarie adesso ci sono le rianimazioni. Nascono loro e non possiamo morire più in pace noi. Ti fanno respirare, stabilizzano le tue funzioni vitali e ti mantengono in vita quando saresti morto: una quarta dimensione dello stare al mondo. A volte questo fa montare la testa ai medici. Quando si parla di queste cose Dio salta subito fuori. Tirato in ballo per fare conversazione. La precisione rassicura, bombe intelligenti, frigoriferi che ti fanno la spesa via internet, automobili che ti coprono le spalle mentre fai manovra, tazze del cesso che si scaldano e ti salutano. Che cosa c’entra Dio con tutto questo? Questo uomo nuovo che si commuove per il suo tostapane, rimane imprigionato nel nulla, in un limbo tecnologico, quando dovrebbe incontrare il Creatore!
Ed ecco che gli italiani si pongono il problema etico della morte: un disperato è in una situazione disperata. Chiede a Napolitano di poter morire. Basterebbe farsi mettere da qualcuno un piede sul tubo: è a casa sua. Ma lui scrive al Presidente. Che gli risponde, in pratica, che sono c..i suoi.
Quell’uomo è allo stremo, ma vuole pensare anche agli altri, cosa risponde il Paese?
Risponde con il feticismo della morte, la tragedia buca il video, un video molle… poco più di una bolla di sapone. Entriamo anche noi in rianimazione. Prendiamo confidenza con i respiratori, le pompe di infusione, i contropulsatori aortici, i tubi, gli aspiratori e i materassi antidecubito da ventimila euro. E’ bello vedere i monitor con le tracce colorate che accompagnano le telecamere in sala operatoria. Non si venderà più il proprio corpo all’università, lo venderemo a un reality show che quando crepi, ti fa l’autopsia in diretta.
Dopo un corso intensivo sulle tecniche di rianimazione e dichiarazioni di ogni tipo, infine, il Paese non decide nulla.
Chi deve staccare la spina al morente non siamo noi.Terminato il voyeurismo della sofferenza potrà iniziare una discussione etica, con il rispetto della morte. Un fatto privato. Non voglio crepare pensando al rapporto costi/benefici. Spegniamo tutto prima che nasca il fitness del cadavere.
Pannella si è offerto di staccare la spina se Piergiorgio Welby lo chiederà. Ma lo possono fare già ora, in ogni momento, i suoi parenti. Io vado oltre, offro a Piergiorgio, da subito, di buttare fuori da casa sua la televisione, i giornalisti e tutti i pornografi della morte.

Scarica "La Settimana" N°39
del 2 ottobre 2006