Condividi

Luca Cordero di Montezemolo nasce già con il caratteristico ciuffo da gentiluomo. Da bambino fa il testimonial per lo shampoo “Libera e bella“, soprannome che gli rimarrà per tutta la vita. A cinque anni incontra su una spiaggia di Montecarlo Gianni Agnelli che gli regala un modellino di FIAT 500. Non lo dimenticherà mai. Da ragazzo in coppia con l’amico Cristiano Rattazzi, gareggia in tutta Italia a bordo di una Fiat 500 color corallo. Fa il navigatore, ma la sua indecisione di fronte a ogni bivio gli è fatale, accumula sempre giornate di ritardo. Lascia la carriera di pilota per la FIAT dove vede persone, fa cose e soprattutto organizza incontri di gruppo con l’Avvocato. Cesare Romiti ne premia l’intraprendenza mandandolo alla Cinzano.
Luca fa il secondo incontro della sua vita in un cinema di periferia guardando il film: “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda“. Lo spettatore seduto al suo fianco è il famoso attore Alvaro Vitali che si offre di presentargli Edwige Fenech. Nasce un grande amore. Montezemolo non si scorderà di Vitali e gli affiderà la Ferrari sotto lo pseudonimo di Jean Todt. Vitali vincerà tutto grazie all’applicazione del motto che tira più un pelo di f..a che quattro Ferrari, insegnamento in seguito applicato anche da Briatore. I Mondiali di Italia ’90 sono per Montezemolo la grande occasione per lanciare un nuovo modello di edilizia, gli stadi e le strutture fatiscenti e i gli appalti a costi crescenti faranno scuola nei decenni successivi. Gianni Agnelli si ricorda ancora di lui e gli affida la Juventus che si classifica settima e viene esclusa da tutte le competizioni internazionali, un fatto che non si verificava dal dopoguerra. La politica lo tenta, ma lui tentenna e si consola fondando “Charme” un fondo finanziario imprenditoriale per l’investitore che non deve chiedere, ma solo dare.
Montezemolo è una risorsa del Paese, quando nessuno sa che pesci pigliare tutti pensano a lui. Lui riflette, si inalbera, dichiara, si indigna, si guarda allo specchio e poi si ispira ai Savoia serviti dalla sua famiglia per generazioni. Da Vittorio Emanuele III, il re sciaboletta fuggito a Pescara, a Carlo Alberto, detto il re Tentenna. “Al Re Travicello/ piovuto ai ranocchi/ mi levo il cappello/ e piego i ginocchi/ Lo predico anch’io/ cascato da Dio:/ oh comodo, oh bello/ un Re Travicello!/ Calò nel suo regno/ con molto fracasso;/ le teste di legno/ fan sempre del chiasso:/ ma subito tacque,/ e al sommo dell’acque/ rimase un corbello/ il Re Travicello.” Montezemolo, il Galleggiante della Repubblica.