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Ricostruiamo Onna
(17:31)

Lunedì 12 ottobre sono stato ad Onna. La nostra raccolta fondi è arrivata a quota 55.000 euro. Ho preso accordi Onna ONLUS e con la Pro Loco per definire un progetto di ricostruzione al quale il blog può contribuire con quanto raccolto.
Le mie parole sarebbero inadeguate per descrivere la sensazione di impotenza e rabbia che si prova di fronte alle macerie di questo borgo a sette chilometri da L’Aquila. Vi riporto quindi un estratto da libro “Ju Tarramutu” di Samanta Di Persio.

Dal libro “Ju Tarramutu” di Samanta Di Persio:

“Mi piaceva stare a Onna, qui avevo le mie radici, la mia famiglia. Ho ristrutturato la mia casa, le baracche intorno. Da gennaio stavo facendo dei lavori ad una vecchia stalla, dove volevo realizzarci un piccolo salottino. Avevo creato un piccolo borgo nel borgo. Negli anni Novanta ristrutturammo la parte dove dormiva mia figlia Maria Paola. Spesi molti soldi. […] Mio padre ed io eravamo convinti, non so per quale motivo, che le case appoggiate una all’altra, in un certo senso si tenessero. Invece la parte dove dormiva mio figlio Domenico, è crollata perché ha avuto la spinta dalla casa accanto, dove viveva mio padre Domenico, morto anche lui.
Il terremoto ad Onna è stato pazzesco. Il giorno dei funerali, il sindaco Cialente mi disse che dai loro rilievi la magnitudo massima di Onna è stata 7. Io e mia moglie ci siamo salvati perché la parte centrale ha retto. Il ricordo netto che ho è il rumore come uno shaker. Fino all’1 avevo rassicurato Maria Paola. Alle 3.32 è iniziata la scossa, mia moglie si è svegliata, l’ho stretta a me e mi ha detto: “È crollato qualcosa sul letto”. […] C’è stata da parte della Protezione Civile, dei sismologi un atteggiamento che ci ha tranquillizzati. Le scosse sono cominciate ufficialmente da dicembre. Come vicecaporedattore del “Centro” a ogni scossa chiamavamo l’Ingv , e ogni volta ci veniva ribadito che quasi sicuramente non ci sarebbe stata la scossa distruttiva. Il direttore e caporedattore sono di Napoli, hanno vissuto l’esperienza dell’Irpinia, perciò volevano che facessimo informazione, che seguissimo le scosse, le faglie. Quando passano tre mesi, inizi a scherzarci sulla cosa, a fine marzo avevo scritto un pezzo sul giornale: “Alzi la mano chi non dorme con un piede fuori dal letto?”. Ormai non è tanto se faceva il terremoto ma si correva a vedere l’intensità, facevano il toto magnitudo. Non pensavi mai al peggio, perché forse abbiamo la memoria corta. Il libro dello scrittore Maurilio Di Giangregorio spiega che già dal 1800 L’Aquila era pericolosa.
Aspettavamo il risultato della riunione del 31 marzo con la Commissione grandi rischi, il sindaco, gli assessori. Il giornale aveva preparato un paginone con il numero delle scosse, l’intensità, quando e dove c’erano state. Hanno detto: “È tutto a posto!”. Ora si scoprono le varie faglie, compresa quella di Paganica che non era stata studiata molto. Gli esperti dovevano dire che questo sciame sismico poteva presupporre una forte scossa. Se state in una casa in cemento armato: potete stare abbastanza tranquilli; in una casa in pietre: fate attenzione. Se fossi stato messo in allarme in quel modo, forse mi sarebbe venuto in mente di uscire fuori, di dormire in auto. Come operatore dell’informazione venivo mal informato, e di conseguenza informavo male. Il paradosso è che la prima vittima sono stato io.
Gli esperti e le autorità locali dov’erano? Il sindaco è la massima autorità di Protezione civile, può fare e disfare. Mi chiedevo come mai il Comune non ci diceva nulla, perciò chiamai il vicesindaco Riga e gli ho chiesto: “Siccome ci sono tutte queste scosse, è stato previsto un piano di evacuazione?”. Ha risposto di sì, allora ho aggiunto: “Facciamolo passare su tutti i mezzi di informazione locale”. Lui ha ribattuto: “Non possiamo fare una conferenza stampa, altrimenti rischiamo di fare allarmismo”. I lettori in quel periodo mi chiamavano al giornale, uno in particolare mi ha telefonato tre giorni prima del 6 aprile, abitava a Pettino, mi ha detto: “Ma è possibile che con tutte queste scosse non dicono nulla, dove dobbiamo andare…”. ho richiamato il Comune ottenendo sempre le stesse risposte. Mi hanno cercato anche amici di Onna. Luana mi ha telefonato molte volte, era preoccupata perché aveva una bambina di due anni. È morta sotto le macerie. Un giorno ho incontrato Gabriella davanti casa e mi ha fatto le stesse domande. È morta anche lei. Si è giocato sulla vita delle persone.[…]
Ricostruire L’Aquila, non significa dare solo un tetto. Quello che fa male è non trovare più le tue cose, quell’angolo, quei colori e quegli odori che ti appartenevano. Anche se Onna la ricostruisci non sarà mai più uguale a prima, sentirai l’odore del nuovo. Quando verranno consegnate le casette in legno, io sarò lì. Poi cercherò di fare il possibile per ricostruire la mia casa dov’era o in un altro posto, ma comunque a Onna.
[…] A me come ad altri, il terremoto ci ha davvero tolto tutto. Non abbiamo potuto fare un funerale intimo, li abbiamo portati al cimitero a Pizzoli, perché a Paganica era inagibile. Un dramma totale. Il fatto che i miei figli non ci siano più, di fatto, è come se non ci fossi più nemmeno io. Andare avanti è difficile, devi cercare una ragione di vita. Ogni cosa che fai, ogni luogo, te li fa tornare in mente. Qualsiasi cosa ho scritto, c’è sempre un pensiero per loro e mio padre. L’unica cosa che ci resta da fare ricordarli in ogni modo. Essere genitore diventa un fatto intimo, non esserlo più non può essere sostituito da nulla.”