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“L’emergenza Covid ha riportato lo Stato al centro della vita economica del Paese e sta mettendo in primo piano la necessità di ripensare il welfare con strumenti unici e universali di sostegno al reddito e di lotta alla povertà, in una visione d’insieme che tenga conto delle innumerevoli sfaccettature del nostro tessuto sociale e del mercato del lavoro.” Sono le parole del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico durante la presentazione del XIX Rapporto Annuale Inps alla Camera dei deputati, cui sono intervenuti il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico e il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo.

Secondo il rapporto, le prestazioni emergenziali hanno raggiunto 14,2 milioni di persone, mettendo l’Inps al centro delle politiche pubbliche di sostegno ai redditi nella fase emergenziale. A metà settembre scorso, la spesa complessiva per le prestazioni Covid-19 erogate dall’Istituto risultava di 26,2 miliardi di euro. L’Istituto ha avuto un compito centrale nell’erogazione degli interventi previsti dai decreti governativi degli ultimi mesi (Cura Italia, Rilancio, Agosto), finalizzati alla protezione dei rapporti di lavoro dipendente, alla tutela dei lavoratori autonomi e al sostegno delle categorie più deboli (disoccupati e famiglie in condizioni di povertà).

L’analisi del mercato del lavoro prima della crisi epidemiologica mostra come quest’ultima abbia bruscamente interrotto un ciclo positivo che aveva portato nella prima parte del 2019 gli occupati ai livelli del 2008. Tale trend si è velocemente rovesciato nel corso del 2020: nel primo semestre 2020 l’occupazione (fonte Istat) ha registrato una flessione di oltre 500mila occupati (di cui oltre 400mila dipendenti e circa 100mila indipendenti), mentre i dati tendenziali relativi ai rapporti di lavoro (fonte Inps) registrano una riduzione di 818mila contratti. A questa dinamica ha corrisposto l’esplosione delle ore di Cassa Integrazione: fino a settembre 2020 le ore autorizzate con causale specifica Covid-19 sono state circa 3 miliardi, di cui oltre 1,4 miliardi per cassa integrazione ordinaria, circa 900 milioni per assegni ordinari dei fondi di solidarietà e circa 600 milioni per la cassa in deroga. Si può stimare che nel momento del picco di aprile fossero 5,5 milioni i lavoratori temporaneamente inattivi, scesi a 2,4 milioni nel mese di giugno.

Si ravvisa dunque la necessità di pensare ad uno strumento universale di integrazione al reddito, che possa facilitare e semplificare la gestione.

Un notevole aumento si è registrato anche per le indennità di disoccupazione (NASpI): nel primo semestre 2020 sono state presentate poco più di 864mila domande (+12% rispetto al 2019). Sul versante dei lavoratori autonomi, complessivamente sono stati effettuati 8,2 milioni di pagamenti per un importo complessivo di 5,2 miliardi di euro a favore di 4,13 milioni di beneficiari. Infine, a inizio settembre risultavano pervenute quasi 600mila domande di Reddito di Emergenza, di cui accolte 285.234, con un tasso di accoglimento medio del 48,7%. Una larga parte di queste domande è stata presentata da nuclei familiari che avevano già inoltrato domanda di Reddito di Cittadinanza, respinta per ragioni di reddito.

A questi interventi si aggiungono i congedi parentali (320mila richiedenti), i bonus baby-sitter (1,3 milioni di richiedenti) e la sanatoria per i lavoratori irregolari (208mila domande pervenute).

Queste misure hanno svolto un’importante azione compensativa, riducendo la perdita di reddito netta del 55% e hanno evitato che circa 302mila persone finissero a rischio di povertà.

Nel 2019 c’è stato un leggero aumento degli assicurati Inps e retribuzioni stabili, e il numero complessivo degli assicurati Inps è cresciuto marginalmente (+0,3%), principalmente grazie a lavoratori extra-comunitari nelle regioni settentrionali, arrivando a quasi 25,5 milioni, un insieme che rappresenta circa il 95% degli occupati regolari del nostro Paese. L’analisi del monte redditi e retribuzioni di questi lavoratori evidenzia un valore di 594 miliardi nel 2019 a fronte dei 588 del 2018, con un incremento dell’1%. Questo lieve aumento indica una sostanziale stagnazione del reddito e delle retribuzioni.

Sempre lo scorso anno, è cresciuto soprattutto il numero dei lavoratori a tempo indeterminato e diminuisce quello a tempo determinato, con ogni probabilità da attribuire agli effetti del decreto dignità.

Infine, è proseguito il declino del numero sia dei commercianti, sia, soprattutto, degli artigiani assicurati.

Fra le misure di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, la più importante è senza dubbio il Reddito di Cittadinanza (RdC).

Degli oltre 2 milioni di nuclei familiari che ne hanno fatto richiesta, 1.153.926 (56,5%) si sono visti accogliere le proprie domande. Le richieste respinte, decadute, revocate, sospese, annullate o cancellate, sono state 889.584. Più della metà dei nuclei richiedenti (oltre 1 milione e 300mila) risiedono nelle regioni meridionali, con un tasso di accoglimento superiore di oltre il 10% rispetto alle regioni settentrionali. A settembre 2020, il numero totale degli individui raggiunti dal Rdc è di oltre 3,1 milioni, con un incremento del 25% rispetto a gennaio 2020.

L’analisi degli effetti dell’introduzione del RdC mostra la sua efficacia sia sulla diseguaglianza complessiva (riduzione dell’indice di Gini dello 0.7%) sia sul tasso di povertà (riduzione del tasso di povertà dal 14.9% al 14.2% e riduzione della deprivazione relativa dal 39.2% al 33.4%). L’Istituto, oltre ad essere l’ente erogatore del RdC, ha accentuato negli ultimi tempi il proprio impegno sui temi del contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, attivando una serie di proprie iniziative. Fra queste, particolarmente significativa “Inps per tutti”, che tenta di avvicinare alla fruizione dei propri diritti economici e previdenziali anche coloro che vivono in condizioni di emarginazione e di estremo disagio sociale.

Un’analisi del passato per le prospettive future dedicata alle pensioni affronta l’argomento in chiave storica, per prospettare possibili scenari futuri che consentano di superare alcune distorsioni del sistema attuale, come l’esistenza dello sbarramento per chi non raggiunge l’importo soglia, la penalizzazione a livello pensionistico dei lavoratori che hanno carriere discontinue, l’incidenza negativa dell’aumento della speranza di vita sul requisito di accesso al pensionamento non dipendente dall’età.

La fotografia al 31/12/2109 mostra che i pensionati Inps erano a fine anno scorso 16.035.165. L’importo medio mensile delle pensioni era di 1.563 euro (1.864 per gli uomini e 1.336 per le donne), più alto in media al nord, 1.711 euro, rispetto al sud, 1.410 euro. Quasi il 34% dei pensionati aveva redditi pensionistici inferiori a 1.000 euro mensili; oltre il 21% percepiva redditi pensionistici mensili tra i 1.000 e i 1.500 euro, mentre il restante 45% aveva redditi pensionistici oltre i 1.500 euro mensili (con
un 8% che superava i 3.000 euro).

Si ravvisa la necessità di implementare maggiore flessibilità in uscita, a beneficio soprattutto di lavoratori usuranti e gravosi, accompagnata da una pensione di garanzia che vada a proteggere soprattutto chi ha carriere discontinue, rediti bassi, soprattutto di giovani che hanno iniziato le loro carriere lavorative nel sistema contributivo dal 1996.

L’indagine sulle misure di sostegno alla famiglia erogate dall’Istituto evidenzia come la dinamica temporale negativa dei benefici di maternità (2,7 milioni nel periodo 2012- 19) rifletta il calo della natalità. Questo nonostante sia cresciuto negli ultimi anni il numero dei congedi di paternità erogati (697.406 nel periodo 2013-18), a conferma che gli incentivi legislativi alla fruizione da parte dei padri sembrano aver avuto successo. All’insicurezza lavorativa appare associata una riduzione della fertilità.

Inoltre, le donne con figli in media arrivano a guadagnare fino a 5700 euro in meno all’anno, rispetto alle donne con figli. Per questo appare sempre più necessario, pensare un incentivo post-gravidanza per le donne che rientrano a lavoro.

Le altre politiche pubbliche di sostegno alla famiglia, dalle detrazioni per carico familiare IRPEF agli assegni per il nucleo familiare (ANF), sono analizzate nel Rapporto anche in funzione della formulazione della proposta di un “assegno unico”, stimandone gli impatti tramite un modello di micro-simulazione. Nella specifica ipotesi adottata, a fronte dell’abolizione delle detrazioni familiari (circa 11 miliardi) e degli ANF (circa 6 miliardi annui) il nuovo assegno costerebbe in termini  di saldo netto di finanza pubblica circa 3,7 miliardi in più, che rappresenterebbero anche il maggior beneficio per le famiglie.

L’Inps ha compiuto uno sforzo senza precedenti e straordinario per riuscire a erogare l’impressionante numero di prestazioni nei mesi più intensi della fase emergenziale. Sforzo che è stato compiuto mentre circa il 93% del personale era vincolato a svolgere il proprio lavoro in smart working e che ha visto un costante e intenso impegno dei dipendenti che hanno assicurato la loro attività ben oltre gli orari di lavoro e con crescenti complessità da gestire, attuando ogni soluzione possibile per risolverle.

Questa esperienza ha rappresentato anche un’opportunità per rinsaldare il rapporto di fiducia tra dirigenti e personale, scardinando il pregiudizio secondo cui l’assenza di controllo in presenza ridurrebbe la produttività, e ha permesso di aumentare le competenze digitali del personale.

 

A questo link è possibile scaricare la relazione del Presidente Inps Pasquale Tridico
A questo link invece le slide del Rapporto Annuale Inps