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di Hajer Sharief – Venti anni fa la mia famiglia ha introdotto un sistema chiamato: “Riunioni Democratiche del Venerdì”. Ogni venerdì alle 19:00, la mia famiglia si incontrava per una riunione ufficiale per discutere gli affari di famiglia del momento. Queste riunioni erano moderate da uno dei miei genitori e c’era addirittura una persona a prendere appunti.

Le riunioni avevano due regole. Uno: sei autorizzato a parlare apertamente e liberamente. Noi figli potevamo criticare i nostri genitori senza che fosse considerato irrispettoso o maleducato. La seconda regola era la legge Chatham House, ovvero: tutto ciò che si dice in riunione, resta nella riunione.

Gli argomenti discussi in queste riunioni cambiavano di settimana in settimana. Una settimana si poteva discutere di cosa volevamo mangiare, a che ora noi bambini dovevamo andare a letto e come migliorare le cose in famiglia, mentre in un’altra riunione si poteva parlare di cosa era successo a scuola e come risolvere dispute tra fratelli, e con questo intendo vere litigate. Alla fine di ogni riunione prendevamo decisioni e accordi che sarebbero durati almeno fino alla riunione successiva.

Ma una di queste riunioni andò molto male per me. Avevo circa dieci anni, avevo fatto una cosa davvero terribile a scuola, che non dirò qui oggi…ma mio fratello decise di tirarla fuori alla riunione. Non potevo difendermi, così decisi di ritirarmi dalla riunione e boicottare l’intero sistema. Scrissi addirittura una lettera ufficiale e la diedi a mio padre annunciando che stavo boicottando. Pensavo che se avessi smesso di partecipare alle riunioni il sistema sarebbe collassato, ma la mia famiglia ha continuato a farle e spesso prendevano decisioni che non mi piacevamo, ma non potevo andare contro quelle decisioni perché non stavo andando alle riunioni e quindi non avevo diritto di oppormi.

Ironicamente, quando avevo circa tredici anni, mi capitò di partecipare di nuovo a una di queste riunioni, dopo averle boicottate a lungo, perché c’era una questione che riguardava me soltanto. Il problema era che dopo ogni cena veniva chiesto solo a me di lavare i piatti, mentre i miei fratelli non dovevano fare nulla. Credevo che fosse ingiusto, così volevo parlarne alla riunione. Durante la riunione, i miei fratelli sostennero che nessuno dei ragazzi che conoscevamo lavava i piatti, quindi perché la nostra famiglia doveva essere diversa? Ma i miei genitori erano d’accordo con me e decisero che i miei fratelli dovevano aiutarmi. Però non potevano forzarli, perciò il problema andò avanti. Non trovando soluzione al problema, decisi di partecipare a un’altra riunione e proposi un nuovo sistema, che fosse giusto per tutti quanti. Proposi che invece di designare una persona per lavare i piatti usati da tutti i membri della famiglia, ogni familiare avrebbe lavato i propri piatti. E come gesto di buona fede dissi che io avrei lavato anche le pentole. A questo punto i miei fratelli non potevano più dire nulla, perché il sistema che proposi supponeva che ogni familiare pulisse le sue cose e fosse responsabile per se stesso. Tutti furono d’accordo con la mia proposta e per anni questo è stato il nostro sistema per lavare i piatti.

Quella che ho appena condiviso con voi è una storia di famiglia, ma è anche una storia di pura politica. Ogni elemento della politica include prendere delle decisioni e idealmente, il processo decisionale dovrebbe includere persone con background diversi, diversi interessi, opinioni di diverso genere, diverse credenze, razze, etnie, età e così via.

Tutti dovrebbero avere la stessa opportunità di contribuire al processo decisionale e influenzare le decisioni che avranno un effetto sulle loro vite direttamente o indirettamente. Perciò trovo difficile comprendere quando sento i giovani dire: “Sono troppo giovane per impegnarmi in politica o avere un’opinione politica”. Temo che l’idea di politica e di impegno politico sia diventata così polarizzata da far credere alla gente comune che per partecipare alla politica debbano essere degli attivisti dichiarati, e questo non è vero.

Quello che voglio dire è che nessuno può davvero permettersi di non interessarsi alla politica.

La politica non è solo attivismo. È consapevolezza, è tenersi informati, è avere a cuore i fatti. La politica è lo strumento con il quale ci strutturiamo come gruppi e come società. La politica governa ogni aspetto della vita e se non ne prendete parte, state letteralmente permettendo ad altri di decidere cosa potere mangiare e dove, se potete avere accesso al sistema sanitario, all’istruzione gratuita, quanto pagate di tasse, quando andrete in pensione, a quanto ammonta la vostra pensione.

Io sono una giovane donna che viene dalla Libia. Non è un posto in cui l’impegno politico di donne e giovani è incoraggiato. In posti con un sistema politico come la Libia, o in luoghi che funzionano in modo simile, i processi decisionali politici non sono fatti dal popolo per il popolo, ma sono stati stabiliti dai pochi, per i pochi. Questi pochi, storicamente, sono quasi esclusivamente uomini e hanno prodotto leggi, policy, meccanismi per la partecipazione politica che sono basati sulle opinioni, credenze, visioni del mondo, sogni, aspirazioni di questo unico gruppo di persone, tenendo fuori tutti gli altri. Ma i politici non sono gli unici da colpevolizzare perché le persone comuni, e anche molti giovani, non sono interessati alla politica. Anche quelli che lo sono, non sanno come partecipare.

Questo deve cambiare, ed ecco la mia proposta. Dobbiamo insegnare fin da piccoli alle persone i processi decisionali e come farne parte. Ogni famiglia è un mini-sistema politico, che di solito non è democratico perché i genitori prendono decisioni che hanno effetti su tutti i familiari, mentre i figli hanno ben poca voce in capitolo. In maniera simile, i politici prendono decisioni che hanno effetti sulla Nazione, mentre il popolo ha ben poca voce in capitolo. Dobbiamo cambiare tutto questo, e per farlo in maniera sistematica dobbiamo insegnare alle persone che gli affari politici nazionali e globali, sono tanto rilevanti per loro quanto gli affari personali e familiari. Perciò la mia proposta è di provare il sistema delle Riunioni della Democrazia Familiare. Questo darà la possibilità ai vostri figli di fare delle scelte e comprendere il processo decisionale fin da piccoli.

Fare politica è avere delle conversazioni, incluse conversazioni difficili che portano a decisioni. Per avere una conversazione bisogna partecipare. Includendo i vostri figli nelle conversazioni familiari loro cresceranno e sapranno partecipare alle conversazioni politiche. E la cosa più importante è che aiuteranno altri a farne parte.