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L’Occidente, la Chiesa e il genocidio in Rwanda
(10:22)

Se foste un rwandese al tempo del genocidio e voleste sfuggire a chi vuole scannarvi con un machete a chi vi rivolgereste?
1. All’ONU
2. Alla Chiesa cattolica
3. A un buon fucile
Se avete scelto la terza risposta siete ancora vivi.
Nel quindicesimo anniversario del massacro in Rwanda il silenzio è la parola d’ordine. Per centinaia d’anni Tutsi e Hutu hanno vissuto insieme in pace, poi è arrivato l’uomo bianco. Niccolò Rinaldi è un testimone del genocidio.Le sue parole sono agghiaccianti.

Testo:
“Mi chiamo Niccolò Rinaldi, lavoro al Parlamento europeo come Segretario Generale aggiunto dal 1991, precedentemente sono stato nelle Nazioni Unite come responsabile dell’informazione in Afghanistan per un paio di anni.
Al Parlamento europeo mi occupo anche dell’Africa. Nel 1994 sono stato tra coloro che dovevano seguire da Bruxelles, e poi anche sul posto, tutti gli eventi che hanno portato al genocidio dei Tutsi e allo sterminio degli Hutu moderati. Quali sono state le cause che hanno scatenato nel 1994 il genocidio di circa un milione di Tutsi e lo sterminio degli Hutu moderati che non si sono schierati insieme accanto ai genocidari?
Vi sono comunque dei personaggi, delle situazioni, degli episodi storici, delle responsabilità molto precise e cercherò di raccontarvele, oltre al genocidio dobbiamo affrontare il revisionismo, il negazionismo, la non assunzione di responsabilità da parte di coloro che in questa storia hanno purtroppo avuto molte colpe.
Il Rwanda era un Paese africano stabile e pacifico prima che arrivassero gli europei. Non è questo il momento di parlare della storia del Rwanda prima degli europei, però come europei credo che dovremmo sempre riflettere che la storia dei popoli africani non è cominciata con il nostro arrivo, con i missionari o con gli esploratori che sono giunti dall’occidente, ma è una storia molto più antica. Gli europei arrivano prima con i tedeschi e l’arrivo degli europei è stata la prima causa di questo genocidio. Con la Prima Guerra Mondiale la Germania ha perso la sovranità sul Rwanda che passa sotto il controllo dei belgi che cominciano a seguire un po’ la classica politica del divide et impera, di cercare di creare delle differenze all’interno delle persone che dovevano controllare, quindi i rwandesi, al fine di rafforzare il loro potere e hanno in qualche modo bloccato quella mobilità tra coltivatori e allevatori, cercando di mettere su una posizione di maggiore privilegio proprio il gruppo dei Tutsi, il gruppo degli allevatori.
La seconda causa è stata la partenza degli europei.I Belgi nel momento di lasciare il Paese didero il potere ai coltivatori, al gruppo degli Hutu, cercando di ingraziarsi la maggioranza e di scaricare la classe dirigente che avevano sostenuto e anche strumentalizzato durante l’Amministrazione coloniale. Questo rivolgimento ha ulteriormente confuso le carte nel Paese e ha portato a una istituzionalizzazione, quasi, del rancore. Coloro che erano appoggiati prima si sono ritrovati in una posizione di inferiorità, coloro che erano tenuti più giù, più in basso nelle posizioni dell’Amministrazione coloniale, si sono ritrovati improvvisamente ad avere un ruolo protagonista.
La nascita di una diaspora di rwandesi che sono stati costretti a lasciare il paese e che si sono stabiliti in Uganda, ha modificato anche le caratteristiche linguistiche di questo Paese, perché questa diaspora che trovava rifugio in un paese anglofono ha cominciato, soprattutto con la seconda generazione, a usare più l’inglese che non il francese come lingua di comunicazione.
Questo ha fatto da pendant a un altro elemento. Dopo l’uscita di scena dei belgi con l’indipendenza, sono stati i francesi che hanno cominciato a giocare il ruolo di potenza straniera dominante, influente nel Rwanda. La politica francese in Africa è sempre stata una politica molto protagonista, molto attiva e molto basata sulla creazione di una vasta area francofona dove proprio l’appartenenza al gruppo linguistico francese ha costituito un elemento protagonista, un elemento di fondo della politica di questo Paese.
La presenza dei rwandesi in Uganda, di questa diaspora, ha presto creato una sorta di senso di superiorità nei rwandesi che sono rimasti nel Paese, francofoni e dominati dagli Hutu e un senso anche di minaccia, come se questa diaspora potesse costituire una sorta di spina nel fianco. E con questa dinamica siamo arrivati a una sorta di banalizzazione dell’omicidio, quindi i massacri che già vi erano stati dopo l’indipendenza, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, sono stati ripetuti negli anni successivi 70/80 con dei massacri regolari, senza che la comunità internazionale mai intervenisse con volontà e tanto meno con efficacia.
Le informazioni sulla preparazione del genocidio in Rwanda erano disponibili. Il Generale a capo dei Caschi Blu in Rwanda, nel gennaio 1994 scrisse un fax a New York dicendo che da un suo informatore aveva avuto notizie precise che si stava effettuando la preparazione di un massacro in vasta scala. Un fax di grande importanza al quale non vi fu mai una vera e propria risposta da parte delle Nazioni Unite, di fatto gli fu risposto: stai buono, stai tranquillo, lui chiedeva dei rinforzi, chiedeva un mandato, la protezione per il suo informatore. Fu un fax che non venne preso in considerazione.
E’ opinione diffusa che queste informazioni fossero disponibili anche da parte della Chiesa che aveva una rete, e ha tutt’ora naturalmente, attraverso le parrocchie, diffusa anche più delle Nazioni Unite sul territorio, molto capillare che ha il senso, il polso di quello che sta accadendo nella società.
Se vi sia stata una comunicazione da parte delle missioni da parte del clero e da clericali rwandesi e poi forse anche del Vaticano, questo in realtà non lo sappiamo. C’è la diffusa convinzione che in realtà fosse impossibile che le parrocchie, che veramente sono molto dentro la vita della società ruandese, non fossero a conoscenza di quello che stesse accadendo, questo per il prima.
Quando poi il genocidio è accaduto, molta popolazione Tutsi ha cercato rifugio proprio nelle chiese, si è messa nelle chiese, si è chiusa dentro le chiese, ha avuto ospitalità in questi conventi, con queste chiese con la beffa che in alcuni casi sono stati gli stessi sacerdoti e a volte le stesse suore, perché c’è stata anche un’implicazione delle stesse suore in questo genocidio, abbiano consegnato poi le chiavi della chiesa alle milizie Hutu che erano a caccia dei Tutsi e chiusi dentro poi abbiano permesso il massacro. Molto spesso è accaduto che le popolazioni che avevano trovato rifugio nelle chiese fossero recluse nella chiesa e fossero poi bruciate vive dentro queste strutture. Teniamo conto che molti personaggi, molte persone, membri del clero ruandese sono stati e sono tutt’ora indagati o condannati sia dal Tribunale ruandese che dal Tribunale delle Nazioni Unite per i crimini commessi in Rwanda.
In Rwanda secondo me non c’erano dei veri interessi economici francesi che fossero così importanti da giustificare la politica che poi il Paese ha adottato, erano più interessi geopolitici di presenza e di mantenimento dell’area francofona, per contrastare un’influenza anglofona e americana nella Regione. Interessi nell’area a livello economico sono sul Congo Zaire, lì sicuramente c’è stata un’importanza molto maggiore da parte della Francia, come nell’ex Zaire di tanti altri Paesi europei. Il vero dramma e la vera causa scatenante di questi fenomeni è la grande indifferenza che c’è da parte dell’opinione pubblica su questo tipo di vicenda. Abbiamo un milione di persone massacrate e nessuno scende in piazza in Europa.”