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Un milione di infortuni sul lavoro all’anno, 27.000 invalidi senza una mano, una gamba, tre dita. 41 miliardi di euro di danno sociale nel 2006. Una corte dei miracoli. Stiamo diventando un Paese di navigatori, di santi e di storpi. La domanda è sempre la stessa: chi ci guadagna? E’ evidente che è un problema di soldi. Meno un’azienda investe in sicurezza più fa profitti perchè se rimborsa un invalido paga solo due lire. Se le paga. Questa imprenditoria ha però i suoi lati positivi. Può produrre mutilati da esportare nei Paesi più ricchi. Per chiedere la carità per la strada e mandare le rimesse in Italia.
Nella lettera di Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, una cosa però non mi torna. Che l’Inail guadagni circa due miliardi di euro all’anno sulle disgrazie dei lavoratori. Non ci voglio credere, non ci posso credere. Aspetto una smentita.

“Oltre alla mattanza quotidiana nei luoghi di lavoro ogni anno ci sono quasi un milione di infortuni sul lavoro. Di questi, 27 mila riguardano lavoratori che rimangono invalidi sul lavoro.
Molti di questi invalidi ricevono degli assegni da fame da parte dell’Inail, e questo assegno è l’unico sostentamento economico, perchè hanno perso la capacità di lavorare per la perdita di un arto di una mano, o perchè sono rimasti paralizzati o perchè hanno perso una gamba, ecc.
Voglio ricordare che l’anno scorso l’Inail ha avuto degli utili di quasi 2 miliardi di euro. Non sarebbe il caso di aumentare gli assegni agli invalidi sul lavoro?
Per quanto riguarda gli infortuni questi hanno un costo sociale altissimo, circa 41 miliardi di euro l’anno (quanto una finanziaria pesante).
E’ un costo insopportabile.
Purtroppo gli infortuni sul lavoro stentano a calare (sono anni che siamo a sempre a questa soglia di un milione di infortuni l’anno). Bisogna che tutti si rimbocchino le maniche a cominciare da governo e datori di lavoro, fino ad arrivare a lavoratori e sindacati. Voglio concludere la mia lettera con la poesia ‘Le morti bianche‘ di Michael Santhers:

L’operaio capì che l’inferno è sulla terra e il paradiso sono quelle ali che ti fanno volare sopra le miserie.
Dall’ultimo piano, il decimo piano, guardò il cielo, fece per toccare una nuvola con un dito e precipitò nel vuoto.
Le chiamano morti bianche come avvenissero senza sangue.
Sono morti inopportune che spesso avvengono quando l’informazione è già impegnata in altri eventi.
Sono cadaveri con vite banali, sono numeri decimali che non incidono sul bilancio.
Sono cani che hanno abbaiato nel qualunquismo per mestiere, sono un nome nell’anagrafe che si cancella come un’impronta nel deserto in pieno vento, sono i ricordi sbiaditi del giorno dopo.'”
Marco Bazzoni – Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. [email protected]

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