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Capita di porsi domande senza trovare una risposta. E, nel caso la risposta sembri ovvia, di scartarla. E’ troppo ovvia e quindi non plausibile. Le navi che arrivano ogni giorno a Lampedusa sono uno dei grandi misteri d’Italia. Imbarcazioni che partono da tutte le coste del Mediterraneo. Viaggi organizzati da tour operator per parecchie migliaia di euro a passeggero. Le navi sono avvistate direttamente dalla spiaggia. I turisti danno un grido alle Autorità che avviano le procedure di accoglienza. L’Italia ha dei confini. E’ incredibile a dirsi, ma i confini esistono anche in mare. E definiscono le acque territoriali. Ma sono confini colabrodo. Ci passa di tutto. Barconi, navi da crociera, zattere da diporto.
Una volta eravamo più avanti. Usavamo le torri saracene per scrutare il mare. Adesso abbiamo i satelliti che mettono a fuoco anche il nostro buco del c..o. Con Google earth leggiamo il numero civico delle case. Potremmo fotografare e contare i clandestini che si imbarcano dalla Libia o dal Marocco e inviare un sms alla capitaneria di porto di Tripoli. Ma la tecnologia è un nostro limite. Oltre al binocolo da spiaggia e all’ex ministro Stanca non andiamo.
Se un terrorista di Al Qaeda prende l’aereo gli danno l’ergastolo. Se viene in nave finisce in un Cpt. Una soluzione comunque ci sarebbe. Dopo lo sbarco dei clandestini, di solito uomini in salute sui vent’anni destinati al lavoro nero e alle mafie. Dopo l’accoglienza rituale a questi sventurati che non sanno cosa li aspetta. Dopo il tam tam spiaggia-telegrafo-Viminale-RaiRadioTelevisioneItaliana-giornali del giorno dopo. Dopo tutto questo si potrà agire. Gli scafisti a casa dovranno tornare. Sono illegalmente nei nostri confini? Non hanno più a bordo nessuno? Bombardiamoli. In qualche settimana la situazione si risolverà da sola. Se per motivi umanitari non si vuole usare il cannone di bordo si potrà passare alla monnezza. Quella radioattiva che viene sepolta nel Meridione. Due risultati in uno: li contaminiamo e ripuliamo l’Italia.

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