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Ogni volta che in Italia scoppia uno scandalo, un avvenimento ormai frequente di cui non ci scandalizza più che tanto, i giornalisti ci informano su ogni possibile particolare, gli opinionisti ci spiegano cause e effetti, i direttori scrivono un editoriale in cui esprimono la loro profonda costernazione.
I lettori e i telespettatori sono informati per giorni fino all’esaurimento della fase emotiva. Poi qualche trombettiere suona il silenzio e si parla d’altro. Anni dopo arrivano le prescrizioni, i memoriali di discolpa degli interessati, le amnistie, la benedizione sociale bipartisan di uno scandalo che non è più scandalo, ma è diventato storia patria. Sindaci e assessori propongono targhe ed anche statue per le persone coinvolte, si fanno conferenze a tema e i partiti candidano i condannati al Parlamento per salvarli dalla galera.

Ogni volta che scoppia uno scandalo in Italia le prime 10 pagine dei quotidiani ne parlano con toni indignati. I giornalisti, finalmente liberi, si scatenano come furie (avvoltoi?) su persone che intervistavano servilmente il giorno prima. I giornalisti della notizia post datata, i giornalisti del paraculismo istituzionale, i giornalisti demi vierge, dell’opportuno riserbo editoriale, della stecca pubblicitaria e del pezzo di ordinanza.
Io spero che il prossimo scandalo riguardi loro, i loro editori, i loro giornali, i loro settimanali, le loro televisioni. Che porti alla luce i motivi politici, economici, personali per cui danno una notizia e ne eliminano un’altra. Tacciono e depistano. Giornalisti che sono sempre informati prima e che scrivono sempre dopo.

Il prossimo scandalo deve essere sull’editoria, sui media, sulla loro commistione con pubblicità e politica.
Quanti arbitri comprati ci sono tra i direttori di giornale e i direttori di rete?
Quanto sono pagati per tenerci nell’ignoranza?
L’informazione postdata mi ha stufato, i pennivendoli postdatati mi hanno stufato.
Il prossimo scandalo per pudore lo mettano in ventesima pagina tra le notizie di cronaca.

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del 15 maggio 2006