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La Grande Guerra, scena finale
(5:12)

Un invito a cena da parte di due amici. Entro e subito esco dal locale, schifato. Era presente Fiorani, quello che rubava ai morti, che mi tende la mano e con orgoglio, con voce ferma, si presenta: “Fiorani!“. Fiorani, mi dicono, è oggi nel business del fotovoltaico mentre la “cricca” si occupa dell’eolico. Le energie pulite sono già sporche. Fiorani è riabilitato, abbronzato, ricco e fiero. Quando è comparso nessuno si è alterato, nessuno ha alzato un sopracciglio. Fiorani, e quello che rappresenta, non li riguardava. In un altro Paese farebbe la fila alla mensa dei poveri.
Fuori mi sono accorto, camminando verso casa, che i miei amici di un tempo neppure troppo lontano non mi telefonano più, evitano di farsi vedere insieme a me. Persone frequentate per dieci/vent’anni che all’improvviso spariscono dalla tua vita. Tengono famiglia, contratti, status. Sono parte del Sistema, anche se non lo ammetteranno mai. La mia presenza li mette in imbarazzo perché dovrebbero forse domandarsi cosa fanno per il loro Paese. Vivono separati dalla realtà, come la maggioranza degli italiani (una maggioranza che aumenta a vista d’occhio), vegetano in un mondo a parte, disinteressati a tutto quello che non li tocca direttamente. Disturbati da qualunque cosa che possa mettere in pericolo il loro piccolo o grande benessere. Ti senti dissociato e ti vengono dei dubbi su quello che fai. L’inerzia di un popolo che delega a dei cialtroni il suo futuro, dal più piccolo Comune alla cloaca del Parlamento, ha una sua forza propria quasi invincibile. Un insieme di fatalismo e di menefreghismo sociale. E’ come essere in riva al mare con un secchiello e volerlo svuotare. Il “tengo famiglia” di una volta si è allargato a “tengo tutto quello che possiedo“, non si vuole rischiare di perdere neppure una briciola. Quale più profonda forma di vigliaccheria? La forza di gravità degli indifferenti, dei vigliacchi, di coloro che ti chiedono “Chi te lo fa fare?” con aria di compatimento o “Chi ti credi di essere?” con disprezzo, questa forza che fa sprofondare l’Italia dalle Alpi a Capo Passero sembra invincibile.
Sul marciapiede cammino con in mente una canzone bella e disperata di Modugno: “Vecchio frack: “le strade son deserte/ deserte e silenziose/ un’ultima carrozza cigolando se ne va“. Sono contento senza motivo e fischietto. E’ una fresca serata di luglio e mi sento leggero. Stasera guardatevi allo specchio, cosa vedete riflesso? Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.