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di Giandomenico Cifani – I terremoti non si possono prevedere ma probabilisticamente sono ben note le aree a più alta pericolosità, quelle cioè dove maggiore è la probabilità che si verifichi un evento di una certa energia entro un dato periodo di tempo.

Quindi come possiamo difenderci dai terremoti? Solo riducendo il rischio sismico e in particolare la vulnerabilità del patrimonio costruito.

La parola chiave è PREVENZIONE che però, in Italia, da troppo tempo è una parola sempre evocata dopo un evento catastrofico ma mai è trasformata in atti concreti.

L’obiettivo che ci si deve porre deve essere pertanto una reale politica di mitigazione del rischio sismico nel breve, medio e lungo periodo.

Fin dalla metà degli anni ’80 sono state condotte molte indagini di vulnerabilità finalizzate alla riduzione del rischio ma che si sono purtroppo fermate solo alla fase dello studio, per altro completamente ignorati dai decisori.

Anche in Abruzzo, ben prima del rapporto Barberi, nel 1995 fu realizzata un’indagine di vulnerabilità sugli edifici pubblici e strategici in zona sismica promossa dalla regione Abruzzo con il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti del CNR.

Nonostante questo studio fosse stato approvato dalla stessa Regione con atto formale e trasmesso a tutti gli Enti proprietari degli immobili è rimasto solo sulla carta.

Guarda caso, andando a rileggere i dati che riguardano L’Aquila, scopriamo ai primi posti la Prefettura, crollata, il Conservatorio, crollato, la scuola De Amicis, gravemente danneggiata e così via.

Un’altra esperienza significativa, sempre negli anni ’90 fu realizzata dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e dal Parco Sirente Velino che contemporaneamente destinarono risorse, seppur limitate, al recupero storico-architettonico degli edifici con l’obbligo di realizzare interventi di miglioramento sismico. Provvedimenti che si sono rivelati molto efficaci ma purtroppo assai contenuti data la scarsità di risorse.

Un altro provvedimento importante è l’ordinanza 3274 del 20 marzo 2003 Verifiche sismiche degli edifici strategici rilevanti emanata dopo il terremoto in Puglia e Molise del 2002 che oltre a riclassificare l’intero territorio nazionale ha introdotto l’obbligo per gli enti proprietari di procedere alla verifica sismica degli edifici strategici e di quelli rilevanti per finalità di protezione civile. Tra questi ultimi rientrano anche le scuole.

Successivamente questa ordinanza è stata rifinanziata anche per realizzare gli interventi ma ha il difetto di dedicare una quota finanziaria troppo alta per le verifiche a scapito degli interventi. Sarebbe preferibile riservare meno finanziamenti per le verifiche, magari utilizzando metodi speditivi del resto abbastanza efficaci e più risorse per gli interventi.

Un cenno va rivolto anche al fatto che periodicamente si parla di assicurazione contro i terremoti ma questa è una strada sicuramente poco efficace in quanto, limitandosi alla sfera privata, da un lato non garantirebbe controlli efficaci, dall’altro i costi ricadrebbero tutti sui cittadini molti dei quali non potrebbero permettersi un’assicurazione di questo tipo.

Un’altra considerazione da fare è tenere presente che gli interventi di ricostruzione dopo un evento sismico, come quello che si sta vivendo anche in queste zone, rappresentano di fatto interventi preventivi nei confronti di futuri eventi.

Il Sismabonus è certamente un strumento positivo che va nella direzione della tanto auspicata prevenzione ma sconta ancora alcuni difetti che andrebbero rapidamente superati:

  • è “indifferente” rispetto alla pericolosità del territorio, non contempla cioè priorità territoriali; se applicato su larga scala, come sarebbe auspicabile, potrebbe avere problemi di copertura finanziaria;
  • non prevede una soglia minima da raggiungere, basta salire di due livelli per avere il contributo massimo, ma se si parte dal livello più basso non si può raggiungere una sicurezza accettabile;
  • prevede solo interventi di miglioramento e non di adeguamento;
    riguarda solo l’edilizia residenziale ma non quella produttiva ed agricola (capannoni);
  • non risolve completamente il problema degli incapienti;
    prevede procedure abbastanza complesse che andrebbero quindi semplificate.

Sarebbe inoltre necessario affiancare a questo provvedimento un’attività di informazione alla cittadinanza e di formazione per tecnici e imprese, troppo spesso infatti abbiamo visto tecnici e imprese impreparati in un settore affatto particolare.

Oggi possiamo dire che esperienze e tecniche di intervento sono ormai consolidate, si tratta di metterle a sistema per realizzare quell’opera di prevenzione che, unitamente agli interventi per il dissesto idrogeologico, potrebbe rappresentare la più grande opera pubblica mai realizzata in Italia con ricadute occupazionali di gran lunga superiori, a parità di investimenti, di qualsiasi altro settore.

L’AUTORE

Giandomenico Cifani, laureato in ingegneria, vive a L’Aquila. Ricercatore del CNR ha partecipato nelle fasi di emergenza e ricostruzione in tutti i principali terremoti italiani dal 1984 nell’Italia centrale, di cui è stato Responsabile per l’Abruzzo, al 2009 L’Aquila. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico e divulgativo.