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di Beppe Grillo – Nei giorni scorsi ho fatto visita ad una delle aziende più conosciute della mia città, la Cressi. Un nome che tutti gli amanti del mare avranno sentito almeno una volta nella loro vita.

Nata nel ’46 da una idea di Egidio e Nanni Cressi, oggi l’azienda è leader a livello mondiale nella produzione di articoli sportivi; in questi 60 anni non ha mai smesso di fare dell’innovazione il suo fiore all’occhiello.

In un’epoca in cui la produzione è spesso estera, gli uffici e le strutture produttive Cressi sono a Genova.

Certo, parlare di aziende che resistono al mercato globale sembrerebbe utopico ma non è così.

La Cressi resta il simbolo tangibile di un’Italia operosa, che continua ad avere successo ma soprattutto che porta alto il design e l’innovazione italiana oltre i nostri confini.

Secondo i dati Cribis D&B nel quarto trimestre del 2017 in Italia sono fallite 3.283 imprese, in media circa 36 attività ogni giorno. Nord-Ovest e Nord-Est, un tempo locomotive del Paese, registrano i risultati più difficili da digerire. Oltre la metà delle attività fallite (52,2%) si concentra in quattro regioni. La Lombardia, con 2.514 casi nel corso del 2017, e una incidenza sul totale Italia del 21,1%, si conferma quella con il maggior numero di fallimenti mentre la seconda regione più colpita è il Lazio, con 1.531 casi e un’incidenza sul totale Italia del 12.8% seguita dal Veneto, 1.014 aziende fallite e relativa incidenza dell’8.5%.

Numeri pazzeschi. Marchi italiani che hanno segnato il mondo imprenditoriale di intere generazioni scompaiono a vista d’occhio, così come marchi che hanno fatto la storia del made in Italy passano in mani straniere per non morire.

L’automazione ha fatto il suo, la crisi economica il resto.

E’ alienante entrare in una azienda e vedere come le macchine stiano prendendo il sopravvento. Dove c’erano operai adesso ci sono ingegneri che dirigono robot.

Ma la realtà è questa, la tecnologia e l’informatizzazione non possono essere arrestate; il futuro che ci aspetta altro non sarà che un futuro ad alto tasso di disoccupazione.

Per questo, e non smetterò mai di ripeterlo, dovremo trovare un modo per separare i redditi dal lavoro tradizionale. Per riuscirci abbiamo bisogno di una forma di reddito garantito o reddito di base universale. Non ci sono alternative.

Solo così potremmo tornare a vivere la nostra vita, dedicando il nostro tempo alle passioni, alla cultura, al nostro estro, liberandoci dall’assillo dello stipendio come mezzo di sostentamento.

E soltanto così il futuro che verrà sarà come buttarsi con pinne e maschera in un mare cristallino.