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di Riccardo Rossetti – Dopo la seconda guerra mondiale, la comunità internazionale si unì per costruire un futuro condiviso. Un futuro insieme, globale.

Ma che qualcosa non ha funzionato, appare chiaro.

Dopo la crisi finanziaria globale, una parte sostanziale della società è diventata disillusa e amareggiata, non solo con la politica e i politici, ma anche con la globalizzazione e l’intero sistema economico che c’è alla base.

In un’era di insicurezza e frustrazione diffusa, globalizzazione è diventato sinonimo di status quo. Ma ci sono due concetti distinti: globalizzazione e globalismo.

La globalizzazione è un fenomeno guidato dalla tecnologia e dal movimento di idee, persone e merci. Il globalismo è un’ideologia che dà la priorità all’ordine globale neoliberale rispetto agli interessi nazionali. Nessuno può negare che stiamo vivendo in un mondo globalizzato. Ma se tutte le nostre politiche dovrebbero essere “globaliste” è davvero molto discutibile.

Dopotutto, questo momento di crisi ha sollevato questioni importanti sulla nostra architettura di governance globale. Sempre più elettori chiedono di “riprendere il controllo” da “forze globali”, la sfida è ripristinare la sovranità in un mondo che invece richiede cooperazione.

E non è facile. Si deve creare un nuovo patto sociale tra i cittadini e leader, in modo che tutti si sentano abbastanza sicuri in casa per rimanere aperti al mondo in generale. In caso contrario, la continua disintegrazione del nostro tessuto sociale potrebbe alla fine portare al collasso della democrazia.

A questo si aggiungono le sfide associate alla “quarta rivoluzione industriale”. Rivoluzione che vede emergere vincoli ecologici, attenzione a dove prendere e come produrre energia, sostenibilità del lavoro, inclusione sociale, ecc.

Inoltre, il divario crescente tra precariato e privilegiati viene rafforzato dai modelli di business attuali. Modelli che, come abbiamo visto, portano a concentrazioni di potere e di denaro incredibili, con una piccola percentuale della popolazione mondiale che ha tutto e il resto del pianeta che non ha nulla.

Cosa fare? Stiamo vivendo un nuovo tipo di economia guidata dall’innovazione e sono necessarie nuove norme, standard, politiche e convenzioni globali. La nuova economia ha già distrutto e ricombinato innumerevoli industrie e ha dislocato milioni di lavoratori. Sta smaterializzando la produzione, aumentando l’intensità della conoscenza e aumentando la competizione all’interno dei mercati nazionali e, infine, sta alimentando la sfiducia.

A tutto questo sicuramente contribuisce il ritmo senza precedenti del cambiamento tecnologico che porta a vedere trasformati in pochi anni le nostre strutture, come sanità, trasporto, comunicazione, produzione, distribuzione ed energia.

La gestione di questo cambiamento richiederà non solo nuovi quadri per la cooperazione nazionale e multinazionale, ma anche un nuovo modello di educazione, completo di programmi mirati per insegnare ai lavoratori nuove competenze.

Con i progressi della robotica e dell’intelligenza artificiale nel contesto di società che invecchiano, dovremo passare da una narrativa di produzione e consumo a quella di condivisione e cura.

La globalizzazione 4.0 è appena iniziata, ma siamo già ampiamente impreparati. Aggrapparsi a una mentalità antiquata e armeggiare con i nostri processi e istituzioni esistenti non funzionerà.

Piuttosto, dobbiamo ridisegnarli da zero, in modo da poter capitalizzare sulle nuove opportunità che ci attendono, evitando allo stesso tempo che i problemi di oggi non producano così profonde ferite da non portarci ad una nuova era di divisione.