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I seawalls sono delle barriere diventate pian piano uno strumento difensivo chiave per le comunità costiere. Soprattutto per quelle che cercano di proteggersi dalla devastazione di uno tsunami.

Varie soluzioni sono state pensate e provate, ma ora un nuovo studio ha provato che forse una soluzione che mette d’accordo sicurezza e bellezza, c’è. Tratti di costa collinare ricoperti di vita vegetale possono arrestare un’onda gigante, ma non solo. I modelli provati al computer dimostrano che possono preservare meglio le industrie chiave come la pesca e il turismo.

Il Giappone è un esempio di un luogo in cui le dighe sono un importante difesa della costa. Il paese spende più di 12 miliardi di dollari in strutture che si estendono lungo centinaia di chilometri di spiagge, soprattutto dopo i recenti disastri. Ma non tutti i paesi a rischio tsunami hanno le risorse del Giappone e per loro le soluzioni basate sulla natura possono dare forma a una proposta più fattibile.

Gli scienziati hanno utilizzato nuovi modelli numerici per analizzare come una singola fila di colline possa assorbire gran parte dell’energia dell’onda dello tsunami. Il team ha scoperto che tumuli di una certa dimensione possono mitigare il potere distruttivo di uno tsunami con la stessa efficacia di una diga marina standard. Ancor di più quando la forma delle colline è adattata alla forma della costa e alla probabile direzione di uno tsunami in arrivo.

Come una sorta di difesa che la natura ha sempre messo in atto.

Un altro aspetto interessante dello studio è che la vegetazione sembra avere un ruolo importante nell’effetto di rallentamento dello tsunami. Sono soprattutto le colline stesse che assorbono l’energia dell’onda in arrivo, sebbene la vegetazione sia vitale per prevenire l’erosione e mantenere la forma del paesaggio.

I vantaggi sono l’aspetto chiave. Prima di tutto le colline sono molto più economiche della costruzione di dighe, inoltre sono anche molto più belle, arricchendo il paesaggio notevolmente. A questo si aggiunge il fatto che possono offrire un migliore e maggiore accesso al litorale. Sono una soluzione molto meno dirompente degli accessi diretti, magari con gli alberghi sulla costa.

Lo studio è stato portato avanti da Jenny Suckale e il suo team di geofisica della Stanford University.

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