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di David Wallace-Wells – Voglio parlarvi del cambiamento climatico, ma non sono esattamente un ecologista. In effetti, non mi sono mai considerato un fan della natura. Non ho mai fatto campeggi o escursioni, mai avuto un animale domestico. Ho sempre vissuto in città, in una sola città. E anche se mi piace fare escursioni nella natura, l’ho sempre considerato qualcosa che succedeva altrove, lontano; con la vita moderna a proteggermi dalle forze della natura. In altre parole io, come quasi tutti quelli che conoscevo, ho vissuto la mia vita soddisfatto e ingannato riguardo alla minaccia del riscaldamento globale. Che pensavo fosse un processo lento, distante, che rappresentava solo una piccola minaccia per la mia vita. Mi sbagliavo totalmente su tutti i fronti.

La maggior parte delle persone che vi parla del cambiamento climatico vi parlerà del futuro. Se dovessi farlo io, direi: “Per le Nazioni Unite, se le cose non cambiano, entro fine secolo, si avrà un aumento della temperatura di quattro gradi Celsius”. Questo vorrebbe dire, secondo alcuni scienziati, il doppio delle guerre, la metà del cibo, un PIL globale, potenzialmente, minore del 20%. Un impatto più profondo della Grande Depressione, e che sarebbe permanente.

Ma queste conseguenze avverranno molto prima del 2100. Si stima che solo entro il 2050 molte delle città più grandi dell’Asia del sud e del Medio Oriente, in estate, saranno quasi del tutto invivibili per il caldo. Queste città oggi hanno tra i 10 e i 15 milioni di abitanti. E in soli 30 anni, non sarà più possibile uscire a passeggiare senza rischiare un colpo di calore o la morte.

Oggi il pianeta è più caldo di 1,1 grado Celsius rispetto a prima dell’industrializzazione. Forse non sembra molto, ma in realtà è un cambiamento sconvolgente nella storia del genere umano. Il che vuol dire che tutto ciò che la nostra specie ha sempre saputo, l’evoluzione del genere umano, lo sviluppo dell’agricoltura, lo sviluppo delle civiltà rudimentali, della civiltà moderna e di quella industriale, tutto ciò che sappiamo su di noi quali creature biologiche, sociali e politiche, è il risultato di condizioni climatiche che ci siamo già lasciati alle spalle. È come se fossimo atterrati su un pianeta totalmente diverso, con un clima totalmente diverso. E ora dobbiamo capire che cosa, di ciò che ci siamo portati dietro con la nostra civiltà, può resistere a queste condizioni e cosa no. E da adesso le cose peggioreranno. Per moltissimo tempo, ci è stato detto che il cambio climatico era un processo lungo. È iniziato con la rivoluzione industriale, ed è ricaduta su di noi la responsabilità di riparare i danni causati dai nostri nonni per evitarne le conseguenze ai nostri nipoti. È stata questione di secoli. In effetti, metà delle emissioni prodotte dall’incendio di combustibili fossili nell’intera storia dell’umanità sono state prodotte solo negli ultimi 30 anni. Dal primo libro di Al Gore sul riscaldamento globale. Da quando le Nazioni Unite hanno stabilito l’IPCC. Abbiamo fatto più danni da allora che in tutti i secoli e i millenni precedenti. Ora ho 37 anni, quindi ho vissuto tutta la vita in questo periodo. Quando sono nato, il clima del pianeta sembrava stabile. Oggi, siamo sull’orlo di una catastrofe. La crisi climatica non è un’eredità dei nostri antenati. È il lavoro di una sola generazione. La nostra.

Possono sembrare cattive notizie. E lo sono. Ma c’è anche una parte relativamente positiva. Queste conseguenze sono enormi. Ma credo siano anche stimolanti. Perché penso possano farci riflettere sull’immenso potere che abbiamo sul clima. Se arriveranno questi scenari infernali sarà perché noi li abbiamo causati, perché abbiamo scelto di provocarli. Il che significa che possiamo creare altri scenari.

Ora, non dobbiamo essere troppo ottimisti e in effetti gli ostacoli a livello politico sono enormi. Ma è un semplice fatto, le azioni umane condizionano il cambiamento climatico: quanta anidride carbonica emettiamo nell’atmosfera. Siamo noi a dettare le regole E siamo noi a poter scrivere la storia del futuro del clima del pianeta. Non solo possiamo, ma lo faremo. Dato che conta anche ciò che non facciamo, scriveremo la storia anche non volendolo. Non è una storia come le altre, qui si tratta di noi che abbiamo in mano il futuro del pianeta. È la classica impresa mitologica o biblica. Una sola generazione, che ha messo in dubbio il futuro dell’umanità, ora è chiamata a garantire un nuovo futuro.

Come? Forse con pannelli solari intorno al pianeta, ovunque ci si trovi. O, sviluppando una tecnologia migliore, non avremmo neanche bisogno di metterne così tanti, poiché si è calcolato che solo una piccola parte del deserto del Sahara assorbe tanta energia solare da fornire al mondo tutta l’energia necessaria. Ma probabilmente avremmo bisogno di una nuova rete elettrica, una che non perda due terzi dell’energia per il calore di scarto, come succede oggi negli Stati Uniti.

Ci vorrebbe un nuovo tipo di aereo, perché non penso sia molto pratico chiedere al mondo intero di non viaggiare più in aereo, specialmente ora che anche nel sud del mondo ce lo si può permettere. Ci vogliono aerei che non producano anidride carbonica. Ci vuole un nuovo tipo di agricoltura. Perché non penso si possa chiedere a tutti di non mangiare carne e diventare vegani, ci vorrebbe un nuovo modo di allevare bestiame. O forse un vecchio metodo, dato che sappiamo già che le pratiche pastorali tradizionali possono trasformare gli allevamenti bovini da cosiddette fonti di carbonio, che producono CO2, in bacini carboniferi, che lo assorbono. Se preferite un metodo tecnologico, possiamo produrre parte di questa carne in laboratorio. Forse potremmo anche nutrire il bestiame con alghe, perché riduce le loro emissioni di metano fino al 95-99%.

Probabilmente dovremmo fare tutte queste cose, poiché, visti i vari aspetti del problema, è troppo ampio e complesso per essere risolto in un unico modo.

Non importa quante soluzioni adottiamo, è probabile che non riusciremo a decarbonizzare in tempo. Questo è il problema principale. Non saremo in grado di sconfiggere il cambiamento climatico, potremo solo conviverci e limitarlo. Quindi avremo probabilmente bisogno delle cosiddette emissioni negative, che possono rimuovere il carbonio anche dall’atmosfera. Miliardi, forse bilioni di nuovi alberi. E intere piantagioni di macchine anti-carbonio. Magari un’industria grande il doppio o il quadruplo dell’attuale industria petrolifera e del gas per riparare ai danni causati dalle industrie degli scorsi decenni.

Avremmo bisogno di un nuovo tipo di infrastrutture, costruite con un diverso tipo di cemento, perché se oggi il cemento fosse un Paese, sarebbe il terzo inquinatore al mondo. E la Cina , ogni tre anni, sta usando tanto cemento quanto ne hanno usato gli Stati Uniti in tutto il Novecento. Dovremmo costruire dighe e argini per proteggere chi vive sulla costa, molti dei quali oggi sono troppo poveri per costruirli, ecco perché bisogna fermare la geopolitica strettamente nazionalista che fa sembrare irrilevanti le sofferenze di chi vive in altre parti del mondo, se mai ne veniamo a conoscenza.

Questo futuro migliore non sarà facile da raggiungere. Ma gli unici ostacoli sono umani. Certo non è confortante conoscere la brutalità e l’indifferenza umane come le conosco io, ma vi giuro che è meglio dell’alternativa. La scienza non ci impedisce di agire, e nemmeno la tecnologia. Oggi abbiamo gli strumenti per cominciare. Certo, abbiamo anche i mezzi necessari per fermare la povertà mondiale, le malattie epidemiche e gli abusi sulle donne. Ecco perché più che di nuovi mezzi abbiamo bisogno di nuove politiche, di un modo per superare tutti questi ostacoli umani, la nostra cultura, la nostra economia, il nostro pregiudizio dello status quo, il nostro disinteresse verso tutto quello che ci terrorizza. La nostra ristrettezza di vedute. Il nostro senso di egoismo. E quello dei ricchi e dei potenti, che hanno meno motivazioni per cambiare le cose. Certo, anche loro soffriranno, ma non tanto come i più poveri, che hanno contribuito molto meno al riscaldamento globale e quasi non hanno avuto vantaggi dai processi che han causato questa crisi ma saranno i più danneggiati nei prossimi decenni. Una nuova politica farebbe della gestione di questi danni, del capire dove e quanto possano manifestarsi, la questione più importante del momento.

Qualsiasi cosa facciamo, il cambiamento climatico sconvolgerà la vita moderna. Abbiamo già iniziato a riscaldarci ed è inevitabile, e probabilmente porterà anche sofferenze. E anche con azioni drastiche ed evitando alcuni degli scenari più drammatici, sarebbe comunque come vivere su un altro pianeta. Con una nuova politica, con una nuova economia, con un nuovo approccio alla tecnologia e alla natura, un mondo totalmente diverso. Ma tutto sommato vivibile. Tutto sommato fiorente. E verde. Perché non tentare?

David Wallace-Wells è editorialista e autore di “The Uninhabitable Earth: Life After Warming (La Terra inabitabile. Una storia del futuro)“, che esplora tutti i modi in cui i cambiamenti climatici trasformeranno l’esperienza umana su questo pianeta.

Tedx Translated by Michelangelo Bardella
Reviewed by Nicoletta Pedrana

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