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di Torquato Cardilli – Giornalmente, e più volte nell’arco delle 24 ore, sulle reti Rai, viene diffuso, quasi in modo ossessivo, uno spot sulle modalità di voto nel referendum che si avvicina, accompagnato dalla mimica di un interprete per sordi. Come se l’Italia fosse un paese di analfabeti si preferisce la gestualità ad una didascalia scorrevole.

Più lo spot va avanti e più si fanno vivi i vecchi dinosauri della reazione che escono dalla foresta in cui erano rintanati da decenni, o se volete le cariatidi dell’immobilismo della politica italiana, tutti intenti alla conservazione, alla difesa di privilegi anacronistici, all’opposizione preconcetta contro qualsiasi cosa che odori di svecchiamento, di modernizzazione, di maggiore consapevolezza sociale.

Da loro le giovani generazioni non possono aspettarsi nulla di buono, ma solo il gravame insopportabile dell’eredità di una montagna di debiti che pesa già sulle loro esili spalle e su quelle degli adolescenti di domani che debbono ancora nascere.

I reazionari, che hanno cancellato dall’orizzonte ogni speranza di rinnovamento del paese, sproloquiano in favore del no al taglio dei parlamentari con argomentazioni che sono di una irrilevanza evidente, un guazzabuglio logico di presunti danni alla democrazia, agitando lo spauracchio del populismo.

Sostenuti da politici teatranti, da intellettuali che hanno vivacchiato all’ombra del potere, da professori in cerca di notorietà, da giornalisti che sfruttano la questione per uno scopo di share, senza considerare né i precedenti storici, né le condizioni in cui si è arrivati al referendum, appaiono spinti da una pulsione viscerale contro i 5 Stelle, che da 8 anni tengono il punto nel loro programma politico.

Più volte gli italiani sono stati chiamati ad esprimersi con un referendum ma tranne qualche eccezione (divorzio, aborto, nucleare) la classe politica inetta, chiusa in sé stessa, ha sistematicamente disapplicato la volontà popolare (divieto finanziamento ai partiti, concessioni televisive e pubblicità, acqua pubblica) o boicottato sul nascere altri referendum per non far loro raggiungere il quorum (trivellazioni, fecondazione eterologa, ricerca clinica sugli embrioni, reintegro nel posto di lavoro, divieto di caccia, ecc.).

Nel caso del referendum del 20-21 settembre, trattandosi di una consultazione confermativa, e non abrogativa, il quorum non è richiesto. Da qui il motivo del nervosismo per i campioni della conservazione, che consci dell’impossibilità di sfruttare l’invito a disertare le urne, utilizzano qualsiasi artificio dialettico per ingannare il popolo.

Le argomentazioni più gettonate per i sostenitori del “no” continuamente ripetute con luoghi comuni conditi di qualche falsità, sono la presunta ridotta rappresentatività politica e geografica, l’equiparazione con gli altri paesi usando dati manipolati e fuorvianti, il negato snellimento dell’iter legislativo, il rifiuto del risparmio sui costi della politica banalizzato al costo di un caffè per italiano.

Motivazioni che nascondono il vero obbiettivo: disarticolare il M5S e il Governo, ed aprire il semaforo verde al ritorno al passato, alle leggi ad personam, in favore degli interessi occulti, contrari a quelli popolari.

Il numero dei parlamentari attuale non sta scritto nella Costituzione, ma fu stabilito da una legge varata durante il governo Fanfani nel 1963. Qualche tempo dopo, e in modo più sentito soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’elezione dei consigli regionali, la politica cominciò a rendersi conto che il numero di 945 parlamentari fosse eccessivo.

Del tema si occuparono senza costrutto, negli scorsi 40 anni, le commissioni bicamerali Bozzi (1983), De Mita (1993), D’Alema (1997), mentre la riduzione dei parlamentari fu effettivamente varata in due riforme costituzionali: quella del governo Berlusconi del 2006 che dilatava enormemente i poteri del presidente del Consiglio a scapito del parlamento e quella del governo Renzi del 2016 che istituiva un micro senato non elettivo ma nominato dai consigli regionali con un’enorme complicazione dell’iter legislativo.

Tali riforme costituzionali furono bocciate dal popolo perché stravolgevano il sistema dei contrappesi della costituzione modificandone profondamente l’impianto. In sostanza il popolo aveva risposto che la Carta non poteva essere riformata in blocco senza passare per una Costituente e che invece bisognava procedere per aggiustamenti a piccoli passi.

Perché oggi si chiede la riduzione dei numeri? Perché un Parlamento meno pletorico è più prestigioso, più produttivo e più funzionale, dato che l‘efficienza di un qualsiasi consesso è inversamente proporzionale al numero dei componenti (queste sono parole di Luigi Einaudi).

I conservatori dello status quo, tra i quali si distinguono proprio quelli che per anni hanno fatto ricorso allo strumento referendario, sostengono che la riduzione dei parlamentari sarebbe la vittoria dell’anti-politica, mentre è vera l’affermazione opposta. Questa riforma è stata approvata ben quattro volte con larghe maggioranze dai due rami del parlamento. Bocciarla equivarrebbe a conferire agli attuali legislatori la patente di incapaci perditempo.

Altro argomento utilizzato, falsificando i dati, è quello che con il taglio dei parlamentari l’Italia sarebbe il paese con meno rappresentanti popolari. Falso, perché nel computo non vanno inseriti i parlamentari non eletti (tipo i nostri senatori a vita) come accade in Inghilterra con i Lord (oltre 600, ma non retribuiti) di nomina regia a vita, alcuni ereditari ed altri nominati dalla Chiesa. Calcolando solo gli eletti i 600 parlamentari italiani della riforma ci metterebbero allo stesso livello del Congresso degli USA con 545, della Camera dei Comuni della Gran Bretagna con 650, dell’Assemblea nazionale della Francia con 577 membri, del Bundestag della Germania (che però ha 20 milioni di abitanti più dell’Italia) con 709.

A cosa serve avere un parlamento pletorico fatto di persone che votano per riconoscere a Ruby la qualità di nipote di Mubarak, infarcito di personaggi sistematicamente assenteisti (Ghedini, Angelucci, Brambilla, al 98% ecc.), o di un buon 10% di inquisiti, o di avvocati personali del principe o di sue favorite? Non è il caso di indurre i partiti a fare una preselezione evitando di trasformare il Parlamento nel circo Barnum con personaggi degni appena di fare l’usciere (Razzi, Scilipoti, De Gregorio, Giggino a purpetta, ecc.) o che si comportano da miserabili approfittandosi del sussidio da Covid? Non meraviglia poi che tra i sostenitori del no ci sia il gregge della transumanza che nella scorsa legislatura ha contato ben 566 cambi di casacca.

La questione che bisogna porsi dunque è garantire la qualità degli eletti piuttosto che la quantità mettendo dei filtri adeguati come fa il M5S che almeno pretende il casellario giudiziale immacolato.

Il costo complessivo del nostro parlamento, il più alto dei parlamenti occidentali, è di 1 miliardo e mezzo all’anno e il taglio dei parlamentari consentirà, specialmente in questi tempi di ristrettezze, un certo risparmio di circa 100 milioni l’anno, ossia quasi il 7% della spesa totale. Se qualsiasi Ente di Stato riducesse le spese in egual misura l’erario risparmierebbe oltre 11 miliardi.

Viceversa i nemici della riduzione, dopo averla approvata quattro volte, con un improvviso ripensamento opportunistico, da anime candide sostengono che sarebbe stato di gran lunga preferibile se il taglio di un terzo fosse applicato agli stipendi (circa 15.000 euro al mese, i più alti al mondo) e non al numero dei parlamentari. Per questo non c’è bisogno di una legge perché i 5 stelle, derisi e accusati di ingenuità, già lo fanno a favore del Ministero del Tesoro rinunciando pure al 2 per mille sull’Irpef ed al finanziamento pubblico per spese elettorali che altri partiti hanno preso con fatture false e opportunamente imboscato.

Altri pretenderebbero che prima fosse fatta la legge elettorale e poi la riforma costituzionale. Ma una simile pretesa è un puro non senso dato che le leggi si fanno sulla base della costituzione vigente e non sulla base di quella futuribile (i latini dicevano che bisogna operare de jure condito e non de jure condendo).

Infine i dinosauri protestano per il fatto che un numero ridotto di parlamentari costituirebbe una minore rappresentatività popolare e un minore contatto con il collegio di elezione. Argomentazione speciosa perché già ora i partiti candidano i loro favoriti in collegi sicuri anche se del tutto sconosciuti e distanti migliaia di kilometri dal luogo di residenza e perché non viviamo più in un mondo agricolo-pastorale con un 20% della popolazione analfabeta che richiedeva un contatto ravvicinato tra eletto ed elettore per l’assenza di mezzi di comunicazione di massa, di televisione e di tutti gli strumenti social con cui oggi si raggiungono simultaneamente milioni di persone.

Restare ancorati al numero stabilito 40 anni fa non è una conquista né politica, né culturale, ma rappresenta una fossilizzazione della società.

Tra due settimane, in coincidenza con la presa di Roma, il popolo italiano potrà riappropriarsi del proprio potere ricacciando nella foresta i dinosauri del Giurassico (i vari Casini, Giachetti, Bertinotti, Prodi, Parisi, Cirino Pomicino, Sisto, Napoli, Brunetta, Violante, Formigoni, Bonino, Zanda, Finocchiaro, Santanché, Orfini, Sgarbi, Rotondi, ecc.), destinati alla estinzione dalla cometa della riforma costituzionale.

L’AUTORE

Torquato Cardilli – Laureato in Lingue e civiltà orientali e in Scienze politiche per l’Oriente. E’ stato Ambasciatore d’Italia in Albania, Tanzania, Arabia Saudita ed Angola. Ha redatto oltre 100 articoli di carattere politico ed economico pubblicati in Italia e all’estero da varie testate ed agenzie di stampa.