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di Giovanni De Palma – A chiunque sia capitato di fare un viaggio in Giappone, sicuramente avrà notato che nelle grandi metropoli, Tokyo in primis, in mezzo alle luci abbaglianti presenti a tutte le ore del giorno e della notte, accanto al ritmo frenetico dell’attraversamento pedonale traboccante di persone che corrono da una metro all’altra, da una strada all’altra e da un grattacielo all’altro, ci sono spazi di improvvisa tranquillità.

Sembra quasi surreale: fare pochi metri da quei luoghi così affollati e ritrovarsi d’un tratto in uno spazio verde pieno di bonsai, pietre inamovibili e maestose, stagni e laghetti riflettenti degli alberi colorati d’un colore o dell’altro a seconda delle stagioni. Il silenzio, l’apparente vuoto che genera nella mente una volta varcato il portale di pietra o di legno del tempio buddista o del santuario shintoista.

Ma qual è la funzione di questi luoghi ameni e colmi di tranquillità, immersi in una società sempre di fretta che vive con ritmi di lavoro che portano spesso anche alla morte per le eccessive ore di “straordinario obbligatorio”? È solo una funzione spirituale, un po’ come un chiostro di una Chiesa che troviamo nelle nostre bellissime città italiane? Non proprio.

Questi luoghi ameni hanno una funzione sociale prima che spirituale (ammesso che si possano scindere le due cose in Giappone). Servono a rigenerare il “cuore” e la “mente”, che in giapponese si esprimono, non a caso, con lo stesso carattere (心, kokoro), tra un momento e l’altro di pura frenesia dettata dai ritmi rigidi che permeano la società nipponica.

Senza questi luoghi, molti più giapponesi che abitano le metropoli come Tokyo o Osaka sarebbero costretti alla follia o all’emarginazione sociale. Non si tratta di semplici parchi o spazi verdi per rilassarsi o fare una corsetta, sono dei veri e propri angoli di “assenza”, di “vuoto” (kū in giapponese) che servono, paradossalmente a colmare la mancanza di spirito che il lavoro e la rigida etichetta sociale generano dentro ogni uomo o donna che abiti il bellissimo arcipelago orientale. Tutto ciò fa capire come non sempre aggiungere qualcosa possa essere positivo, non sempre correre è sinonimo di positività. Talvolta è necessario che la società, e non solo il singolo individuo, si fermi e grazie alla “messa in pausa” di preoccupazioni, appuntamenti, riunioni e scadenze, possa andare più lontano, generando una visione a lungo termine e sicuramente più lungimirante, proprio perché avulsa da quel mondo assurdo e innaturale dettato da necessità economiche e convenzioni sociali.

Mi domando se forse da tutto ciò non dovremmo trarre un insegnamento e magari creare un modello che possa essere alternativo al paradigma economico e sociale che stiamo vivendo un po’ in tutto il mondo. “Fermarsi per andare più lontano” non è solo un paradosso filosofico, ma un punto di partenza per creare una società più tranquilla, meno frenetica e sicuramente più saggia di quella in cui viviamo oggi.

In parte qualcuno in Europa lo sta già facendo. Infatti, alcune fondazioni e associazioni stanno ricalcando l’esempio dell’esperto di botanica Akira Miyawaki, che ha realizzato più di 1000 “mini-foreste” tra Giappone e Malesia. Sono sorte, sulla scia del botanico nipponico, delle iniziative in vari paesi europei: nei Paesi Bassi il gruppo per la conservazione ambientale “IVN Nature Education”, a partire dal 2015, ha aiutato molte città a piantare 100 mini-foreste sullo stile di Miyawaki; in Francia è stato piantato uno spazio verde in una delle strade più trafficate di Parigi, cosa che ha aiutato a filtrare l’aria e a ridurre il rumore percepito nell’area circostante; a Tolosa è stato realizzato lo stesso tipo di mini-foresta con 1200 alberelli e piante su una superfice di 400 metri quadri; in Belgio l’associazione Urban Forest ha invece iniziato a piantare le foreste sullo stile di Miyawaki a partire da 2016, creando una grande rete di volontari che si sono occupati di diffondere questo modello in diverse città del Paese, e ancora tanti progetti del genere sono in cantiere.

Tutto ciò non solo aiuta la socialità e rende la vita frenetica delle città più vivibile, ma aiuta anche l’Ambiente. Gli scienziati affermano che tali ecosistemi “ricreati” sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici. Si stima, infatti, che le foreste di questo genere con diverse specie di vegetazione possono immagazzinare 40 volte più carbonio delle piantagioni di singole specie. Le foreste di Miyawaki sono progettate per rigenerare la terra in molto meno tempo rispetto agli oltre 70 anni che impiega una foresta di grandi dimensioni per riprendersi da sola. Tra gli studiosi che accolgono con favore questo progetto c’è sicuramente Eric Dinerstein, uno scienziato della fauna selvatica che è stato coautore di un recente articolo in cui chiedeva che metà della superficie terrestre fosse protetta o gestita per la conservazione della natura per evitare catastrofici cambiamenti climatici.

Il Giappone, per secoli, è stato sempre il Paese che ha preso un modello di riferimento (prima la Cina, poi l’Europa, poi gli Stati Uniti), lo ha saputo interiorizzare e farlo proprio, “nipponizzandolo” e migliorandolo sotto diversi aspetti. Oggi che viviamo in un mondo multipolare, in cui non c’è alcun modello che spicca sugli altri, il Paese del Sol Levante si trova da un lato in profonda difficoltà non essendo abituato a proporre da sé un modello sociale, politico e culturale valido, esportabile ed adattabile al resto del Globo, dall’altro questa pressione che sta ricevendo ha generato una spinta propulsiva dal punto di vista creativo, cosa di cui il Paese, che vive un serio problema dal punto di vista demografico, aveva assolutamente bisogno.

E chissà se non sarà proprio il Giappone stavolta a proporre un modello basato sul rispetto della comunità e dell’Ambiente in tutte le sue declinazioni. Forse è un po’ prematuro rispondere a questa domanda, ma per iniziare ognuno di noi potrebbe tenere bene a mente questo bellissimo proverbio Zen che sembra fare proprio al caso nostro: “Nella vita bisogna fare tre cose: fare un figlio, scrivere un libro, piantare un albero”.

 

L’AUTORE

Giovanni De Palma, laureato in Lingue, lettere e culture comparate (inglese e giapponese); e in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa con focus sul Giappone (con tesi sulla strategia di sicurezza nazionale del Giappone di Abe); Master SIOI in Studi Diplomatici e Politici. Iamatologo e Orientalista. Si occupa di comunicazione social e political advisoring.

 

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