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di Fabiana Dadone – Sembra essere divenuto il vero male dell’Italia in crisi, la crisi stessa a leggere i giornali o a sentire autorevoli opinionisti da salotto, però l’aver messo in smart working i lavoratori, ove era possibile, ha salvato i servizi essenziali per gli italiani. Ha salvato la macchina dello Stato nel momento più buio e questo non va mai dimenticato. Ma cerco di raccontarvi meglio quello che abbiamo fatto e ciò che faremo per cambiare radicalmente, in meglio, l’efficienza dell’apparato pubblico e non solo.

A settembre mi chiedevano un piano rivoluzionario per la PA e tra me e me mi dicevo che nessuna riforma avrebbe funzionato se alla base non ci fosse stato il rispetto per i funzionari pubblici. Il rispetto degli italiani per gli italiani. E così ho fatto la cosa più ribelle della mia vita: ho difeso i dipendenti pubblici. Prima della rivoluzione ci vogliono le premesse e rispettare gli agenti di polizia, i medici, gli insegnanti, i funzionari amministrativi è la base per ogni piano che poi chiede qualcosa in cambio a queste persone. Sono persone.

L’Italia è l’unico Paese europeo che nei sondaggi mostra la tendenza a giudicare se stesso peggio di quanto lo giudichino gli altri, esercitando quell’auto-disistima che Carlo Emilio Gadda chiamava “la porca rogna italiana del denigramento di noi stessi… la dilagante attitudine a deprecare noi, il paese in cui siamo nati, il governo in carica (da chiunque presieduto), la storia passata, le inevitabili noie quotidiane”. Per invertire la tendenza, quindi, occorre innanzitutto che gli italiani si fidino degli italiani.

La fiducia nell’Italia come rimedio all’insicurezza e motore di coesione è compito collettivo, non può essere demandata a singoli leader di sorta, a movimenti politici o alle sole istituzioni. Tutti lavoriamo in tal senso e la maggiore responsabilità è ovviamente di chi ha l’onere di parlare all’opinione pubblica. Per troppi anni si è legiferato col pessimismo di Machiavelli che parte dall’idea che siamo tutti furbi, tutti delinquenti. Giacinto Dragonetti diceva: “Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i diletti, e non ne hanno stabilita una per premiare le virtù”.

Le mie riforme, se mai qualcuno le chiamerà così, dovranno partire da questo presupposto: la fiducia.

Lo smart working premia lo scambio tra autonomia e responsabilità, fa risaltare le virtù e migliora il lavoro, la sua resa e la vita del lavoratore. Lo dimostrano diverse ricerche scientifiche, anni di test e perfino le testimonianze di tanti Paesi che lo adottano stabilmente da molto tempo. Da subito mi sono convinta potesse divenire architrave del cambiamento nella Pa, proprio perché sovverte per sua stessa natura dinamiche e pregiudizi sulle amministrazioni. Abbiamo tutti paura del nuovo, è normale, lo viviamo come un salto nel buio. Ora stiamo governando quel salto nel buio, quel cambiamento tanto atteso, ma che non abbiamo mai avuto il coraggio di cogliere fino in fondo.

L’emergenza del virus ha ampliato le nostre paure ed essere al governo nella fase acuta non ti nascondo che è stato terribile. Mai avrei pensato di sentire in vita mia tutto questo peso, ma non c’è stato nemmeno il tempo di pensarci. E così nell’arco di pochissimi giorni abbiamo messo in sicurezza oltre 3 milioni di lavoratori della Pa e altri 5 milioni di lavoratori privati.

Lo smart working non è stato il male della Pa, il male è stato il virus e lo smart working ha salvato la gran parte dei servizi essenziali e la vita di tante persone.

L’emergenza, però, ha creato molteplici immagini negative e molti italiani si sono scordati i tanti eroi della pubblica amministrazione. La paura ci ha portato a pensare che la salvezza sarebbe stata un ritorno a quel confortevole passato, ma la crisi non ci ha lasciato soltanto una profonda ferita. La crisi ci ha lasciato anche molte lezioni da cui trarre vantaggio. Serve un grande coraggio e siamo circondati di messaggi che infondono paura.

Con coraggio abbiamo pensato a come mettere a regime lo smart working nel Paese che spesso non crede in sé. Una riforma che resista al ministro Dadone e che resti strumento laico, flessibile a beneficio della dirigenza pubblica, che ha in mano il futuro del Paese. Parlando di concorsi, ho sempre detto ai giovani che devono ambire a lavorare nelle amministrazioni come prima scelta e non come ultima spiaggia. Dirigenti e funzionari guidati dall’amore per e non dalla paura di.

Lo smart working d’emergenza della Pa ha permesso allo Stato di adempiere ai servizi indifferibili. Fare paragoni di produttività in quel contesto di crisi è improprio, ma in molti casi è anche aumentata. L’emergenza ci ha resi più forti ed era logico rinforzare e mettere a regime le competenze acquisite. Il POLA (Piano organizzativo del lavoro agile), nato come conseguenza a questa esperienza, fa questo: lascia l’onere della riorganizzazione delle diverse e complesse aree della Pa alla sua dirigenza. La politica crea le premesse, fornisce linee guida, accompagna, aiuta, ma senza mai fare ingerenze. Ci sono attività che possono essere svolte in maniera agile, altre no. Saranno i dirigenti a dire quali e in quale modalità.

Io la trovo una rivoluzione della consapevolezza. Non è una riforma di destra o di sinistra, implementa l’efficienza, scova l’inefficienza ed è improntata sul risultato finale: il servizio al cittadino. La stessa amministrazione stabilisce le attività che possono essere svolte da remoto, in co-working o altre modalità, poi predispone almeno il 50% del personale su questo assetto operativo. Una vera e propria fase di transizione dello smart working d’emergenza che diviene un lavoro agile a regime e dal 1° gennaio porta al 60% la quota di dipendenti in lavoro smart.

Accanto al POLA, ho pensato alla pubblicazione dei tempi di erogazione dei servizi e chiusura delle pratiche nelle diverse Pa. Credo che già la sola trasparenza su quanto ci si mette per una carta di identità, una Scia o un passaporto possa aiutare il cittadino a comparare la stessa attività in diversi enti, possa generare una sana competizione tra le amministrazioni e possa giovare anche alla reputazione delle istituzioni, spesso vittime di fake news. Un percorso collettivo insomma, che unisce dirigenti, dipendenti e cittadini, rendendo virtuoso il lavoro.

C’è molta paura, è vero, e il nuovo spaventa perché non è consolante come lo sono le cose a cui siamo abituati. Non attacchiamo chi ha paura, ma forniamo dati, prove, testimonianze, ricerche, perché solo così la paura svanisce. Un abbraccio a chi ha paura e un invito: studiate, informatevi, controllate le fonti, incrociate le informazioni. E non avrete più paura.