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di Saverio Pipitone – “Evviva si torna a vendere hamburger!”, esclamò un dirigente di McDonald’s quando seppe delle dimissioni nel 1967 di Harry Sonneborn, che fu il primo presidente e CEO della compagnia.

Di lui, il proprietario Ray Kroc che lo assunse nel 1955, raccontava: “Harry era esattamente il tipo di uomo che mi serviva per far decollare McDonald’s. Si seppellì sotto pile di libri e imparò a padroneggiare i dettagli dei contratti e delle manovre finanziarie bene quanto avvocati e banchieri“.

Ebbe infatti la visione immobiliare nell’affiliazione commerciale, come parte di un programma di marketing a lungo termine, che consisteva nel prendere in locazione un terreno e costruirci il ristorante, per concederli in subaffitto all’affiliato, che attraverso la vendita di hamburger avrebbe pagato il canone, con il generarsi di un flusso di denaro destinato a coprire il mutuo – frattanto stipulato con gli istituti finanziari – per comprare l’intero lotto: terra e edificio. Egli affermava: “Noi non siamo tecnicamente nel settore alimentare. Siamo nel settore immobiliare. L’unico motivo per cui vendiamo hamburger da quindici centesimi è perché sono i maggiori produttori di entrate, dai quali i nostri inquilini possono pagarci l’affitto“.

È poi andato via per contrasti gestionali con lo stesso Kroc, ma lasciandogli il suo vincente modello di business che in quegli anni apportò un guadagno vero e permise di estromettere i fratelli Dick e Mac McDonald, acquistando da essi il marchio, i diritti d’autore e le formule dell’innovativo Speedee Service System per assemblare panini low cost, in serie e tutti uguali. Venne creata una rete distributiva globale con l’insegna di due giganteschi archi dorati a forma di un’arrotondata lettera “M”. All’epoca, lo psicologo e designer Louis Cheskin esortò a mantenere tale logo perché, seguendo il simbolismo freudiano, fa immaginare nell’inconscio dei nutrienti seni materni che attraggono l’affamato consumatore.

McDonald’s è adesso quotata alla Borsa di New York ed i principali azionisti sono gli agguerriti fondi speculativi The Vanguard Group e BlackRock. È presente in 120 Paesi con 37.855 fast-food (erano 11.800 nel 1990), di cui 2.770 gestiti in proprio e 35.085 in franchising, che sono ubicati in zone ad alta densità d’utenza oppure nelle vicinanze di luoghi prestigiosi – da Fontana di Trevi a Roma al Big Ben di Londra e dall’8th Avenue di Manhattan alla Piazza Rossa di Mosca.

Da bilancio 2018, in dollari, risulta possedere un ammontare di 5,5 miliardi di terreni con 15,3 miliardi di fabbricati ed altri 12,8 miliardi di edifici su aree rilevate in locazione, utilizzandoli completamente per l’operatività aziendale. Il fatturato è di 21 miliardi, di cui: 10 miliardi dai ristoranti a gestione diretta con margine di guadagno di 1,7 miliardi; 11 miliardi dal franchising, a sua volta suddivisi per circa il 65% affitti e 35% royalties, pagati ogni mese dal franchisee, con un’elevatissima redditività di 9 miliardi.

McDonald’s è sempre stata una enorme e proficua immobiliare, permanendo tuttora il modello “Sonneborn”. L’ex CEO Steve Easterbrook, dal 2015 l’ha ulteriormente potenziato per evolvere in modo graduale verso un’attività di puro franchisor. Ha inoltre puntato sull’intelligenza artificiale con la sperimentazione della tecnologia Drive Through, che al McDrive registra le targhe delle auto per offrire menù personalizzati sulla cronologia delle ordinazioni. Dall’inizio di novembre 2019, il nuovo CEO è Chris Kempczinski che proseguirà le politiche del predecessore Easterbrook, il quale è stato rimosso per violazione del codice di condotta interno, avendo avuto una relazione con una dipendente, dicono “consensuale”, anche se nella catena di fast-food ci sono continui casi di molestie, abusi e discriminazioni sessuali in un precario ed alienante contesto lavorativo.

All’ora, nelle fasce di maggiore affluenza, McDonald’s vende più o meno 100.000 hamburger e 20.000 Big Mac, equivalenti a 30.000 kg di manzo, con 70.000 kg di patatine, per 60.000 kg di imballaggi, emettendo un migliaio di tonnellate metriche di gas serra che causa il riscaldamento globale (fonte: www.everysecond.io). L’hamburger proviene in genere dallo storico fornitore Osi Group dell’Illinois che ha una cinquantina di fabbriche, una delle quali a Günzburg in Germania, dove – come descritto da un reportage del 2018 di Business Insider – la carne fresca in contenitori da 500 kg, pari a 5-6 mucche, è trascinata dai carrelli elevatori ai frullatori per macinarla e modellarla in polpette, mischiandola con carne congelata, per mantenere la compattezza e portarla rapidamente alla temperatura di -18 gradi Celsius, finendo in sacchetti di plastica ed inscatolata, per una produzione media giornaliera di 5 milioni di pezzi. Mangiarne 1-2 a settimana per un anno corrisponde indicativamente ad un impronta ecologica di 207 kg di CO2, 2.306 metri quadri di suolo e 120.237 litri d’acqua (fonte: www.essereanimali.org).

Lo sfruttamento ambientale è invece abbattuto di oltre il 90% con gli hamburger vegani, a base di proteici tofu o fagioli e piselli. Nella fabbrica di Günzburg i macchinari possono già produrli. Una recente ricerca dell’Università di Cambridge ha mostrato che i giovani scelgono cibo vegetariano.

Se, per McDonald’s, l’hamburger non è mai stato un fine ma solo un mezzo per redditizie entrate immobiliari, cosa aspetta a convertirsi del tutto al green food? Farebbe un gran favore al Pianeta!

L’AUTORE

Saverio Pipitone – Giornalista pubblicista e redattore economico-finanziario. Autore di articoli di varie tematiche, dalla critica economico sociale alla storia, dall’ecologia al consumismo. Oltre a Pesticidi a tavola, ha scritto i libri Shock Shopping La malattia che ci consuma (Arianna Editrice) e Forno a Microonde? No Grazie (Macro Edizioni). Blog: saveriopipitone.blogspot.com