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di Domenico De Masi – Il Recovery Plan – che, piaccia o no, scolpisce l’Italia del 2027 – ha la mala sorte di essere commentato senza essere letto. Eppure si tratta di 167 pagine scritte in buon italiano, con tabelle molto chiare, divise in sei parti ineludibili, le “missioni”, dedicate ad altrettanti temi suggeriti dall’Europa: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

Si è detto che il Presidente Conte ha elaborato il Recovery Plan nel chiuso del suo studio, con una stretta consorteria di fedelissimi. Chi ha letto il documento e ne ha potuto valutare la complessità sa che ciò non è possibile. In effetti, all’elaborazione del documento lavora da mesi una squadra di esperti del MEF che si è confrontata con tutte le parti sociali e alla quale confluiscono di giorno in giorno dossier, pro-memoria, proposte e critiche provenienti da ministeri, ordini professionali, sindacati e lobby. Del resto, si tratta di allocare 219 miliardi, che poi sono 224 e, da qui al 2026, arriveranno a 312.

Francesco Giavazzi, sul “Corriere” del 2 settembre scorso ha scritto che “nell’elenco degli oltre 600 progetti che i ministeri hanno sottoposto al governo per i finanziamenti del Recovery fund, troverete solo cappotti termici, alta velocità e autostrade, più qualche investimento industriale proposto dalle aziende, dall’Ilva alla Fincantieri. Niente riforme, né nella scuola, né all’università, né, ci mancherebbe, nel mercato del lavoro”.

Nelle 167 pagine del Recovery Plan (scaricabile in pdf qui) c’è ben più dei cappotti termici e dell’alta velocità. Oltre a un elenco preciso delle fonti dalle quali il Piano ricava i suoi finanziamenti, vi è una descrizione dettagliata delle sei “missioni” raccomandate dall’Europa e, per ogni “missione”, vi sono le varie parti componenti. Ad esempio, la missione che riguarda la digitalizzazione è distinta in Pubblica Amministrazione, imprese, turismo e cultura. Le componenti sono 16 in tutto e, per ognuna, sono previsti gli specifici interventi concreti. Per ognuna delle missioni, delle componenti e degli interventi, sono indicati i miliardi assegnati.

L’impianto del Piano è ciclopico come ciclopiche sono le sue ambizioni esplicite: portare l’Italia fuori da questa crisi epocale, sulla frontiera dello sviluppo europeo, facendone un Paese più moderno, verde e coeso. I soldi per farlo ci sono, e ci sono anche i sei percorsi obbligati. Si tratta, dunque, di un’occasione storica che, illuminata da quel grande specchio ustorio che è la pandemia, fornisce tutto il materiale didattico per condurre un grande dibattito, un grande seminario nazionale, una riflessione profonda sul nostro futuro e su quello – sempre evocato dai retori – dei nostri figli.

In un Paese serio, i media avrebbero fatto a gara per descrivere il Piano al loro pubblico, vivisezionarlo, analizzarne le conseguenze sulla vita delle città e delle persone. Ma le nostre serate sono già tutte assegnate a quiz televisivi e a grandi fratelli che non lasciano spazio alla riflessione sulla polis. Se qualcosa del Piano si viene a sapere è solo perché di tanto in tanto, nei talk show televisivi, qualche commentatore ne brandisce sgangherate citazioni a sostegno di generiche accuse contro il Governo.

Dal coro di critici che accusano il Piano di avere obiettivi poco ambiziosi (come hanno scritto molti giornali) o di non avere un’anima (come ha detto Renzi), si stacca un giudizio tanto concreto quanto onesto di Enzo Cipolletta su InPiù: “Non sarà un piano esaltante, ma almeno riusciremo a spendere le risorse, ciò che darà comunque un contributo importante alla crescita. Se poi si potrà fare di più e meglio, ben venga, ma non buttiamo a mare quello che già c’è”. 

Del resto, se si mette a confronto il Piano elaborato dal nostro Governo con quello francese o con quello alternativo contrapposto da Forza Italia, il primo giganteggia.

Ciò che io segnalerei agli estensori di questo Recovery Plan, e su cui essi, volendo, farebbero ancora in tempo a intervenire, è l’esigenza di un approccio più sistemico, che tenga in maggior conto ciò che avverrà nel mondo da qui al 2027. Sappiamo per certo che i prossimi anni saranno segnati dall’ingegneria genetica con cui vinceremo molte malattie, dall’intelligenza artificiale con cui sostituiremo molto lavoro intellettuale, dalle nanotecnologie con cui gli oggetti si relazioneranno tra loro e con noi, dalle stampanti 3D con cui costruiremo in casa molti oggetti. Tutto questo, insieme alla legge di Moore, per cui la potenza dei microprocessori raddoppia ogni 18 mesi, del riconoscimento vocale, delle piattaforme e della robotica, comporterà un jobless growth per cui, molto probabilmente, i posti di lavoro perduti saranno meno di quelli creati.

A quest’effetto del progresso tecnologico sul mercato del lavoro, che si manifesterà nel medio-lungo termine, va aggiunto quello di medio termine dovuto allo sviluppo organizzativo. Se, come pare plausibile, almeno 5 milioni di lavoratori resteranno in smart working anche dopo la pandemia, ciò determinerà un crollo dei consumi di abitazioni, di carburante, di mezzi di comunicazione e il licenziamento di migliaia di addetti alla guardiania e alle pulizie degli uffici, alle mense aziendali e ai negozi proliferati nelle zone direzionali. Vi è, in fine, un effetto immediato della pandemia che, secondo le stime di Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, nei prossimi mesi determinerà la chiusura di molte imprese e il licenziamento di 200-250mila lavoratori.

Non c’è dubbio che gli investimenti in alcuni settori, come la rivoluzione verde e la transizione ecologica (cui sono assegnati 69,80 miliardi), l’istruzione e ricerca (28,49 miliardi), le politiche per il lavoro (12,62 miliardi) creeranno occupazione, ma c’è da chiedersi quanti posti di lavoro saranno distrutti dalla digitalizzazione, indispensabile ma comunque labour saving, delle imprese e della Pubblica Amministrazione (38,30 miliardi).

Un ragionamento analogo vale per la Sanità, cui vanno 19,72 miliardi. Nella prima bozza del Piano gli stanziamenti previsti per questo settore erano minori, ma un coro di proteste si è levato sull’onda emotiva del Covid-19 che ha messo in luce l’attuale scarsità di personale e di strutture sanitarie. Ma è sbagliato tarare il fabbisogno futuro di queste risorse basandosi sul picco di una pandemia che, per fortuna, si ripete raramente. Di sicuro l’Intelligenza Artificiale, di cui è prossimo l’uso massiccio nel lavoro diagnostico, nell’assegnazione delle terapie e perfino nella chirurgia a distanza, sostituirà migliaia di medici proprio negli anni in cui arriveranno sul mercato del lavoro le attuali matricole di Medicina. Qualcosa di analogo vale anche per la teledidattica, capace di ridurre notevolmente il fabbisogno di insegnanti.

Sono questioni non da poco, tuttavia affrontabili con una visione, un’analisi e un intervento sistemici.

A questo link il pdf del “Recovery Plan” ovvero il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.