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di Domenico De Masi per il Fatto Quotidiano – La questione del reddito di cittadinanza, oltre ai suoi aspetti politici ed economici, rappresenta un caso sociologico di estremo interesse perché consente di osservare, come sotto una lente di ingrandimento, il rapporto culturale che il Paese intrattiene nei confronti dei suoi cittadini poveri.

Vale la pena di ricordare alcuni dati essenziali della questione. Su 196 Paesi al mondo, l’Italia è all’ottavo posto per Pil e al 32° posto per Pil pro-capite: è, dunque, un paese molto ricco.

Però la ricchezza vi è distribuita con disuguaglianza crescente. Negli ultimi dieci anni il patrimonio dei 6 milioni di italiani più ricchi è cresciuto del 72% mentre quello dei sei milioni più poveri è diminuito del 63%.

Secondo l’Istat 1,8 milioni di famiglie, circa 5 milioni di persone pari all’8,3% della popolazione residente, è in condizione di povertà assoluta, cioè priva dei mezzi necessari per vivere con dignità.

La povertà non va confusa con la disoccupazione perché non tutti i poveri sono disoccupati, né tutti i disoccupati sono poveri. Nel nostro caso, il 40% è interessato a trovare un lavoro perché disoccupato o sottopagato, ma il 60% non è in grado di lavorare.

Si tratta di minorenni, vecchi, inabili, per i quali non può essere il lavoro lo strumento per uscire dalla povertà, ma solo un sussidio per sopravvivere decorosamente.

SE POVERTÀ E DISOCCUPAZIONE SONO FENOMENI DISTINTI, tuttavia restano strettamente interconnessi e non possono essere affrontati senza tenere conto di questa interconnessione.

La dimensione “povertà” impone il problema del tempo; la dimensione “occupazione” impone il problema dell’organizzazione.

Questa volta mi occupo della questione tempo; in una prossima occasione affronterò quella dell’organizzazione. I neo-liberisti (e tutti quelli che lo sono senza sapere di esserlo) non tengono conto della questione tempo e criticano il reddito di cittadinanza predicando che la povertà non si combatte con i sussidi elargiti dallo Stato in forma assistenziale ma investendo nella crescita economica del Paese.

Da questa deriverebbe un’espansione della ricchezza che, prima o poi, finirebbe per avvantaggiare anche i poveri. Il problema sta tutto in quel “prima o poi”.

Nel 1955 il premio Nobel per l’economia Simon Kuznets sostenne che ogni sviluppo economico causa crescenti disuguaglianze in una prima fase, ma poi genera uguaglianza. Nel 1974 Arthur Laffer, membro dell’Economic Advisory Board di Reagan, convinse il presidente che occorreva abbassare le tasse ai ricchi, altrimenti essi avrebbero evaso le imposte e avrebbero smesso di investire; di conseguenza furono ridotte dal 70 al 28%. Secondo il pensiero neoliberista, ormai imperante, l’applicazione congiunta di queste due teorie avrebbe portato al trickle-down, cioè al progressivo sgocciolamento della ricchezza dai ricchi ai poveri e, come dirà un altro presidente, George W. Bush, “allo sradicamento della povertà, all’estensione della libertà umana e alla pulizia del pianeta.

Come sono andate realmente le cose, lo certifica la rivista Forbes con le sue classifiche annuali: nel 2010 le 388 persone più ricche del mondo scandalosamente possedevano una ricchezza pari a quella di mezza umanità, cioè 3,5 miliardi di poveri; nel 2019 bastano le sole prime 8 per eguagliare la ricchezza di mezza popolazione mondiale, che ormai è composta da 3,6 miliardi di persone.

Già il 26 novembre 2006 Warren Buffett, oggi il terzo uomo più ricco del mondo, poteva dichiarare senza mezzi termini al New York Times:“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo”. Vinti sono tutti i piccoli borghesi retrocessi a proletari e tutti i proletari retrocessi a sottoproletari, sballottati tra “povertà assoluta” e “povertà relativa”, come si diverte a classificarli quella stessa statistica che distingue, con pari cinismo, i migranti politici da quelli economici, i morti per armi chimiche dai morti per armi convenzionali.

IL FATTO È CHE I POVERI, a differenza dei ricchi, non hanno la possibilità di attendere che la ricchezza sgoccioli. Secondo una storiella indiana, l’elefante vive cento anni e la farfalla vive un’ora. Dunque l’elefante non può dire alla farfalla: “Aspettami dieci minuti”. Il ricco sta al povero come l’elefante sta alla farfalla. L’uno può consentirsi il lusso dell’attesa e del rinvio per soddisfare i suoi bisogni voluttuari; l’altro è condannato a morire se non risolve immediatamente i suoi bisogni primari.

Woody Allen dice che tre sono le grandi domande dell’umanità: da dove veniamo, dove andiamo e con cosa ceniamo questa sera.

I ricchi possono consentirsi il lusso di cincischiarsi intorno alle prime due domande; i poveri sono costretti a concentrarsi sulla terza e trovare una risposta immediata.

Un povero privo di lavoro e di risorse quanto tempo può attendere per sfamare se stesso e la propria famiglia, per sottoporsi alla diagnosi e alle cure di una malattia grave, per assistere i suoi vecchi, per mandare i propri figli a scuola?

Il ricco-elefante, quando anche introduce un beneficio di welfare, lo progetta parametrandolo sui propri lunghi tempi di solido elefante, non su quelli brevissimi della fragile farfalla. Che, finalmente, il governo italiano si sia messo nei panni e nei tempi dei poveri, come del resto già fanno molti altri governi europei, e che questa volta il suo intervento sia stato rapido ed efficace, mi sembra un miracolo.

Le azioni legislative poste in atto, su stimolo diretto o indiretto del Movimento 5 Stelle, sono state quattro: un progetto di legge del 2013 (prima firmataria la senatrice Catalfo), il decreto legislativo del settembre 2017 con cui il governo Gentiloni introdusse il Reddito d’Inclusione, il decreto legislativo del gennaio 2019, convertito poi in legge nel marzo scorso, con cui il primo governo Conte ha introdotto il Reddito di cittadinanza.

Grazie al Rei, dal gennaio 2018 fino a tutto settembre 2019 hanno percepito almeno una unità di sussidio 508.000 nuclei familiari, coinvolgendo 1,4 milioni di persone con un importo medio mensile di 293 euro e una spesa complessiva preventivata in 2 miliardi.

Di tutt’altro livello ed effetto è stato il Reddito di cittadinanza: in base ai dati Inps aggiornati all’8 ottobre 2019, oggi la platea complessiva dei beneficiari effettivi è di 2.334.000 persone, di cui 597.000 minori e 199.000 nuclei familiari con invalidi.

La spesa per il 2019 sarà di 6 miliardi: meno di quanto stanziato per la Quota 100 che riguarda una platea inferiore a 200.000 persone occupate e stipendiate.

Come si vede, quelle del Reddito di cittadinanza sono cifre imponenti: milioni di poveri assoluti, centinaia di migliaia di bambini e invalidi che fino a ieri non avevano la certezza del cibo e dell’alloggio, oggi possono contare su un minimo di sopravvivenza.

Insomma, un miracolo laico compiuto in tempi record da uno Stato ricco e sedicente cattolico (cioè caritatevole per fede) che prende finalmente atto dell’esistenza dei poveri e li soccorre in base alle loro urgenze e non ai tempi ripugnanti di Kuznets e Laffer.

Di fronte a questo miracolo, solo l’inguaribile cinismo neo-liberista e l’incapacità comunicativa dei 5Stelle può far dire spudoratamente ai detrattori che “il Reddito di cittadinanza è fallito”.